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BEAUTY NEWS

Steven Meisel è ancora una volta dietro l’obiettivo di un progetto Loewe. Il grande fotografo ha realizzato gli scatti della campagna pubblicitaria Primavera Estate 2019 della linea Uomo. Protagonisti il modello Oscar Kindelan, in total black, e l’attore Josh O’Connor immortalato con una T-shirt a righe colorate davanti al mare.

La nuova campagna è anche un’occasione per Loewe per annunciare il lancio della Gate handbag in versione micro: la Mini Gate, che arriverà in Cina ad agosto, e in tutto il mondo il prossimo settembre. Le Gate sono protagoniste di un terzo scatto realizzato da Adrien Toubiana e Thomas Cristian.

Guardate in anteprima esclusiva su Vogue.it la campagna pubblicitaria Primavera Estate 2019 di Loewe.

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E se provassimo a pensare a una gallina d’allevamento come fosse il nostro animale domestico? Non c’è dubbio, avremmo una reazione di puro orrore! Ed è questo l’obiettivo di Eating animals, il documentario prodotto e “raccontato” da Natalie Portman, premiato al Sundance Festival e ispirato al libro inchiesta omonimo di Johnatan Safran Foer, uscito in Italia per Guanda con il titolo Se niente importa. Perché mangiamo gli animali.

Ormai si sa: mangiare carne, soprattutto in dosi massicce come fanno in America, fa male. Secondo gli ultimi studi, aumenta del 60 per cento il rischio di malattie cardiovascolari, mentre un rapporto del 2015 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la carne rossa come “probabilmente cancerogena”. Poi viene il pianeta. Secondo il film, una grande percentuale dei cambiamenti climatici è legata all’allevamento massiccio di animali che ha portato, da un lato, alla deforestazione e che, dall’altro, produce gas metano in abbondanza.

Ma quello che nel documentario davvero emerge in modo evidente è la condizione di vita degli animali negli allevamenti, stretti gli uni agli altri e in condizioni di forte sofferenza, alimentati e cresciuti a forza di antibiotici. E trattati come se in fondo fossero già morti. Ecco perché i produttori di carne non consentono mai l’ingresso delle telecamere nei capannoni, e non vogliono mai che se ne parli.

Non è la prima volta che telecamere nascoste svelano questi orrori, è vero, ma qui la crudeltà è agli estremi: ci sono carrelli elevatori che spingono mucche malate, operai che lanciano i maialini come palloncini d’acqua, contadini che camminano su un tappeto di polli rintanati nel buio. E a raccontarci la verità un cast di personaggi ben informati: c’è un ex produttore di polli, un veterinario, un pescatore ambientalista…

Il film non è necessariamente un inno al veg: se Portman ha sempre dichiarato la sua assoluta fede vegana, Safran Foer si definisce un onnivoro ultraselettivo. Sia il libro sia il film, del resto  parlano anche di allevatori “etici” attenti. Quindi mangiare carne si può ma la trasparenza è un valore e solo se conosciamo come si arriva alla fettina di carne a pochi euro della vaschetta del supermercato, siamo davvero liberi di scegliere cosa mettere nel nostro piatto.

Foto d’apertura Natalie Portman alla première del documentario il 19 giugno. Getty Images

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I suoi lunghi capelli castani – raccolti, sciolti, lisci, a onde – sono la sua firma di stile, ma nel front row della sfilata di Dsquared2, a Milano, la top model Irina Shayk ha debuttato un nuovo taglio di capelli: un caschetto corto al mento con frangia dallo styling a effetto bagnato che, insieme alla sua abbronzatura dorata, la faceva sembrare appena arrivata da una giornata al mare.

Un grande cambiamento di stile, il primo dopo la maternità (ha una figlia, Lea, 15 mesi, con l’attore Bradley Cooper), che ci fa domandare: sarà vero? La risposta arriva dall’hairstylist Sam McKnight, che ha curato l’acconciatura della modella per l’evento Dsquared2: «Where there’s a wig, there’s a way» (dove c’è una parrucca, c’è un umore), ha scritto su Instagram postando una foto super hot di Irina Shayk con il nuovo look.

Il taglio quindi è quel che si dice un “one-night-only cut”, un taglio da una sola notte. Quanto è bastato per capire che tra la top e il caschetto corto ci può essere una solida storia d’amore.

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Durante le 11 stagioni in cui ha sfilato a Londra, Craig Green si è affermato in fretta come uno degli stilisti più attesi in calendario. Per la sua prima presentazione fuori dalla capitale britannica in qualità di guest designer alla 94ma edizione di Pitti Uomo a Firenze, ha individuato nel Giardino di Boboli un luogo congruamente maestoso per presentare la sua collezione Primavera/Estate 2019.

Inizialmente avevamo approcciato la ricerca di un luogo per la sfilata allo stesso modo in cui procediamo a Londra, ovvero visitando edifici fatiscenti, abbandonati o che hanno in essi una bellezza inusuale,” ha spiegato Green a Vogue il giorno prima della sfilata. “Ma quando abbiamo visto il Giardino di Boboli, abbiamo optato per un cambio di rotto e pensato che potesse essere interessante presentare la collezione in un luogo che fosse classicamente fiorentino ma farlo in modo nuovo, offrendo alla gente una nuova esperienza permettendo loro di vedere quel posto come non lo avevano mai visto prima.

Annesso a palazzo Pitti, la principale residenza dei Medici per circa due secoli, la disposizione del giardino fu stabilita da questa antica casata di politici e banchieri ed è popolato da sculture e grotte rinascimentali. Ma invece che presentare la collezione accanto ad uno di questi monumenti storici, Green ha scelto un prato isolato circondato da alberi che occludevano la vista della Fontana dell’Oceano del Giambologna a pochi metri di distanza.

Qui ha installato una serie di ponteggi che fungevano anche da sistemi di illuminazione, tra i quali ampi riquadri di tessuto nero penzolavano da cavi. I modelli si muovevano a zigzag tra i riquadri e attraverso porte ritagliate nel tessuto in modo tale che gli invitati intravedessero scorci dei look in momenti diversi, prima che questi gli si rivelassero davanti agli occhi nella loro interezza. Lo stilista cita le discrepanze nei racconti dei testimoni oculari quale fonte di ispirazione.La gente può guardare la stessa cosa e vedere cose completamente diverse,” commenta Greene. “La collezione si basa sul concetto di realtà e prospettiva e l’installazione mira a creare prospettive differenti per il pubblico di invitati.” Lo stilista ha scelto di presentare la collezione “all’ora del giorno in cui la luce sta sbiadendo e il cielo è color blu notte” al fine di aumentare la probabilità che il pubblico ricevesse impressioni diverse dello stesso evento.

Ore prima dell’arrivo degli invitati, quando il sole era ancora alto in cielo, il team di Vogue ha avuto il piacere di un tour del set.

di Liam Freeman

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Nella seicentesca Palazzina dei Giardini, la Galleria Civica di Modena ospita la personale dell’artista italiana Adelita Husni-Bey (Milano, 1985), dal titolo Adunanza. Lungo le pareti e gli spazi delle sei stanze della galleria, le curatrici Diana Baldon e Serena Goldoni hanno scelto più di 30 opere per tratteggiare la ricerca artistica della Husni-Bey che nell’ultimo decennio ha realizzato un corpus di opere accumunate dalla forte impronta pedagogica e che trovano nell’estetica relazionale il loro sviluppo.

Più che per il loro aspetto visivo (in mostra sono esposte sia foto che disegni), le opere dell’artista si offrono al visitatore per il loro carattere aperto e documentativo che rimanda alle esperienze innescate dalla Husni-Bey, da sempre interessata a estendere il portato sociale della sua arte a tutti coloro che attivamente e passivamente si confrontano con esse. Molti infatti sono gli esempi di installazioni, video e pubblicazioni che documentano lo svolgersi di un percorso di apprendimento, sperimentazione e di produzione alternativa di senso che mira a riscrive le gerarchie e i rapporti tra individui.

Emblematica, in questo senso, è l’opera più suggestiva che apre la mostra e fa da snodo tra le due ali della Palazzina dei Giardini; si tratta dell’installazione Postcard from the Desert Island realizzata nel 2011 in seguito all’esperienza condotta in un laboratorio pedagogico con i bambini dell’école Vitruve di Parigi, una scuola dove gli allievi seguono un percorso educativo basato su modelli non convenzionali fondati sulla cooperazione e sulla non competitività. Tra il romanzo Il signore delle mosche di Golding e le pratiche anarchiche e controculturali, il video introduce alla forma espressiva della Husni-Bey che si colloca nella tradizione documentaristica e artistica del video-essay.

Ciascuno dei lavori in mostra chiede al visitatore un tempo di approfondimento specifico per ricostruire il denso sentiero intellettuale che intreccia vari regimi, che spaziano dagli studi sull’anarco-collettivismo a studi giuridici, da quelli urbanistici ai Citizenship Studies.

Le domande, che permeano opere come Agency (2014) o After the Finish Line (2015) sono sostanzialmente due: è possibile organizzare una comunità al di fuori di modelli competitivi e predatori? Che ruolo svolgono i corpi nella costruzione individuale e politica della collettività?

A queste due, intrinseche nell’arte di Adelita Husni-Bey, se ne aggiunge poi un’altra sollecitata negli ultimi anni dall’esperienza degli autori che si muovono in questo territorio: è l’arte l’unica forma di comunicazione che può oggi descrivere la complessità del presente?

Adelita Husni-Bey, Adunanza. A cura di Diana Baldon, Serena Goldoni Fino al 26 agosto 2018 Galleria Civica di Modena

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Due importanti premi in dieci giorni: un successo importante per Accademia Costume & Moda. La celebre scuola romana si sta aggiudicando sempre più un ruolo di prim’ordine nella formazione della nuova generazione di stilisti e creativi.

Scylia Chevaux, studentessa del Master in Design degli Accessori, ha vinto il LVMH Graduate Prize, premio che due anni fa era già stato assegnato a una studentessa della accademia romana, Francesca Richiardi. Mauro Muzio Medaglia, studente del corso Triennale Costume & Moda si è aggiudicato invece  il Premio Fashion Trust di Camera Nazionale della Moda Italiana in occasione della Milano Moda Graduate.

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Abbiamo chiesto a Lupo Lanzara, Vice Presidente dell’Accademia Costume & Moda, un commento sui successi dell’Istituto di formazione: “L’Accademia Costume & Moda, per capirla bene, bisogna viverla. L’evoluzione degli ultimi anni con l’ampliamento dell’Offerta Formativa Triennale e Master  il tasso di piazzamento che è intorno al’87% sul totale della popolazione studentesca, il riconoscimento dei nostri allievi su piattaforme di scouting internazionali e la partecipazioni come finalisti e a volte vincitori di concorsi prestigiosi, sono stati resi possibili grazie a un lavoro di gruppo, sostenuto non solo dai nostri meravigliosi docenti, anima della struttura, ma anche dal supporto fondamentale delle moltissime aziende della filiera e maison che hanno sposato il progetto Accademia, in primis Marco Mastroianni, e a cui tutti noi siamo infinitamente grati. I due successi degli ultimi dieci giorni ci fanno capire che stiamo camminando nella giusta direzione senza smettere mai di osservare, ascoltare, ragionare ed implementare… perché da soli non si fa nulla. A tal proposito con la Direzione Didattica Adrien Roberts, mi congratulo e ringrazio i Coordinatori Santo Costanzo e Luigi Mulas Debois e la loro squadra per la costanza, l’impegno e la passione con cui seguono i ragazzi e approfitto nel fare l’in bocca al lupo al nuovo Direttore dei Programmi Accademici, Barbara Trebitch che da circa un mese è entrata a far parte della famiglia “Accademia””.

Un vero e proprio invito a studiare moda in Italia

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Da poche ore Asos ha annunciato che non venderà più seta, cashmere, mohair e piume sulla sua piattaforma, a partire da Gennaio 2019. Una decisione presa per tutelare gli animali dalle crudeltà inflitte e che trova gli applausi di Peta.

Come ha dichiarato Yvonne Taylor, Direttore dei progetti Peta, la gente sta chiedendo sempre più a stilisti e rivenditori di abbandonare i materiali di derivazione animale; la scelta è frutto di una serie di campagne di sensibilizzazione condotte dall’organizzazione negli ultimi anni e che sicuramente si è acutizzata con la diffusione dei contenuti online.

La scelta di Asos si aggiunge all’impegno di Topshop e H&M. L’obiettivo comune è quello d’incentivare una moda responsabile ed ecosostenibile, integrando etica ed estetica nei processi della filiera.

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This Is Only A Test, a film by Roe Ethridge

Team Credits

Stylist: Carlos Nazario Hair: Jimmy Paul Make-up: Dick Page Manicurist: Dawn Sterling Set: Brian Blair and Jesse Kaufmann Video: Jonathan Schoonover and Steven Rico Casting: Piergiorgio Del Moro Models: Lorna Foran, Teddy Quinlivan, Anok Yai, Ellen Rosa, Sarah Brown, Elibeidy Dani Martinez, Yoonmi Sun, Rebecca Longendyke

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A volte chi vince non sempre stringe in mano una statuetta. È successo ieri sera al Barker Hangar di Santa Monica dove sono andati in scena gli MTV Movie & TV Awards 2018. Se infatti a conquistare il maggior numero di statuette dei premi più “peculiari” del mondo del cinema e della televisione sono stati Black Panther (che ha vinto anche come miglior film consacrando i suoi protagonisti) e Stranger Things (miglior serie televisiva e miglior performance in uno show tv a Millie Bobby Brown), a uscire davvero vittoriosa dalla serata è stata Lady Gaga, dilagante mattatrice presentatasi a sorpresa sul palco indossando un abito di Alexander McQueen, che oltre a ritirare il premio come Miglior Documentario Musical, ha lanciato ufficialmente il trailer del suo nuovo film “A Star is born” salutando i suoi Little Monsters e augurando a tutti un “Happy Pride Month”. Un vero e proprio fiume in piena che ha reso la serata memorabile. Ecco tutti i vincitori dei MTV Movie & TV Awards 2018.

Miglior Film: Black Panther Miglior Show TvStranger Things Best Performance in un film: Chadwick Boseman – Black Panther Best Performance in una serie tv: Millie Bobby Brown – Stranger Things Miglior Eroe: Chadwick Boseman (T’challa/Black Panther) – Black Panther Miglior Cattivo: Michael B. Jordan (N’jadaka/Erik Killmonger) – Black Panther Miglior Bacio: Love, Simon – Nick Robinson (Simon) E Keiynan Lonsdale (Bram) Miglior Performance terrificante: Noah Schnapp (Will Byers) – Stranger Things Miglior Team: It Miglior Performance Comica: Tiffany Haddish – Girls Trip Rivelazione dell’anno: Madelaine Petsch (Cheryl Blossom) – Riverdale Miglior Combattimento: Wonder Woman – Gal Gadot (Wonder Woman) Vs. German Soldiers Miglior Documentario Musical: Gaga: Five Foot Two Miglior Reality: The Kardashians

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In occasione della parata ufficiale dell’Ordine dei Garter, La Regina Elisabetta II non ha perso l’occasione per dimostrare la sua idea di stile: alla mantella di velluto blu scuro e al cappello con piume bianche, ricoperta da gingilli reali, ha abbinato degli accessori argento. Il silver touch rinnova così la tradizionale divisa, con una lunga storia di 700 anni.

©Getty Images

Abbiamo sempre sostenuto che la Regina Elisabetta II è un punto di riferimento moda: iconici sono i suoi tailleur colorati, così come i numerosi cappellini realizzati Hand Made per essere sempre impeccabile. Vi abbiamo anche parlato del suo amore per le spille che abbina con sapiente cura ad ogni suo “Royal outfit”. Tutti dettagli che sono strettamente legati alla sua figura di Regina e che vanno a definire quel riconoscibile e impeccabile stile.

Ma negli ultimi tempi ha fatto qualche passo verso il fashion world: vista in prima fila alle sfilate di Londra, dopo pochi mesi non ha perso l’occasione per mostrare i suoi mocassini firmati Gucci. Ed ora ci ha dato dimostrazione che scarpe e borsette argento sono altrettanto fashion.

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Haley Morris Cafiero è una giovane, coraggiosa artista, che con Wait Watchers porta avanti un atto di denuncia urgente, importante e necessario. 

Accortasi degli sguardi casuali che le venivano rivolti a causa della sua obesità, Haley li ha trasformati in un progetto artistico fondato su un gioco feroce. Quello del suo corpo, colto in mille quotidiane ma pubbliche occasioni, e gli sguardi a lei rivolti. Sguardi casuali, inconsapevoli ma ogni volta drammaticamente attraversati da stupore, ribrezzo, schifo persino, che, fermati nell’immagine, con grande ironia e altrettanta intelligenza, diventano un atto politico di straordinaria potenza, che induce alla riflessione e al confronto scomodo persino con se stessi. Non basta ritenersi colti, laici, progressisti e tolleranti. Quegli sguardi sono sempre anche un poco i nostri sguardi. Quel ribrezzo tocca nervi scoperti e imbarazzanti che appartengono a tutti noi.

Probabilmente lo stesso progetto ma con un corpo anoressico protagonista non avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Nessuno si permetterebbe di insultare e deridere un anoressica/o di questi tempi. La magrezza estrema non si accompagna facilmente a uno sguardo intriso di disprezzo e ribrezzo.  I codici culturali e estetici della nostra contemporaneità, sono a loro modo brutali. La magrezza si associa a continenza, controllo, cancellazione della pulsione e della libido. Fa tutt’uno con la sospensione del bisogno. Il corpo tende all’immateriale, sorretto dal guizzo di una mente acuminata e feroce. La forma del corpo si assottiglia riducendosi a osso, perde i caratteri sessuali secondari e arresta persino la vita ormonale. Tutto viene sacrificato a un pensiero che lo oltrepassa e che vale di più, viene macellato da una volontà cristallina. E non abbiamo neanche più bisogno di scomodare l’ascesi per tutto questo. Basta e avanza l’ideologia del fitness e della forma fisica, che ha sostituito il digiuno ascetico come il contacalorie a renderne conto.

L’obesità invece racconta tutt’altra storia. La carne eccede la forma del corpo fino a deformarla, pensiero e volontà sembrano vittime di una pulsionalità che non conosce confine e misura. Il controllo viene sostituito dall’eccesso e dalla gozzoviglia e allora quei corpi destano in noi il timore di condividere la stessa tentazione, lo stesso (supposto) osceno desiderio.

Ma si tratta di codici culturali e estetici che sono l’uno il negativo dell’altro e che vanno a loro modo a braccetto. Che insieme funzionano come un’ideologia e un’ideologia che sappiamo denunciare con le nostre parole ma non con i nostri occhi.

E’ quasi un miracolo, dunque quello che ottengono queste foto di Haley Morris Cafiero, arrivando persino a disturbare la nostra adesione a questa ideologia. Arrivando a restituirci i nostri occhi e a farci imbarazzare per loro. Un esercizio difficilissimo e prezioso, che in questi tempi di haters e professionisti dell’insulto sui social media, è quantomai indispensabile.

Alessia Glaviano: Puoi raccontare ai nostri lettori come hai iniziato a lavorare alla serie ‘Wait Watchers’?

Haley Morris Cafiero : Stavo lavorando ad una serie di autoritratti in cui mi fotografavo in spazi pubblici. Per questa serie in particolare non ero interessata alle altre persone. Ho posizionato la macchina fotografica a Times Square per scattare un autoritratto e quando ho fatto sviluppare le foto ho notato che c’era un uomo dietro di me con un’espressione quasi di sogghigno. Non avevo mai pensato intenzionalmente di catturare lo sguardo momentaneo dei passanti ma da quel momento decisi di fotografare estranei mentre mi passavano accanto durante i miei viaggi. Devo dire che non so a cosa stia pensando la gente che fotografo o a cosa stia reagendo.  Le immagini mostrano un attimo e il mio obiettivo è avviare una conversazione sullo sguardo e su come lo utilizziamo per comunicare i nostri sentimenti nei confronti gli uni degli altri e di come spesso determiniamo la nostra autostima sulla base di come ci vedono gli altri.

Anche se il più delle volte l’obesità tende ad essere la conseguenza di una patologia e/o può essere il risultato di un disturbo dell’alimentazione tanto quanto l’anoressia, l’obesità è stigmatizzata quale condizione variabile e controllabile e viene interpretata a livello inconscio in termini di mancanza di volontà  dell’individuo. Nonostante oltre le abitudini alimentari controllabili nell’obesità intervengano anche altri fattori, molta gente continua erroneamente a perpetuare il presupposto per cui le persone sovrappeso sono pigre e si trascurano. Le conseguenze sociali negative dell’essere obesi sono brutali, tanto più oggigiorno nell’era dei social media. Qual è la tua esperienza? Come mai secondo te la gente è verbalmente tanto violenta sui social media? E cosa si può fare per sensibilizzare su questa questione?

L’obesità è una delle poche patologie, se non l’unica, in cui è accettabile criticare le persone che ne sono affette. I media e i medici riferiscono spesso in merito a malattie e disturbi causati dall’obesità. Molti pensano che sia possibile “incoraggiare” qualcuno a perdere peso facendolo vergognare del proprio corpo. Una teoria che ferisce e che porta le persone obese a provare odio verso se stesse. Il corpo obeso si posiziona al di fuori delle aspettative sociali rispetto alla tipologia di corpo ideale, di conseguenza la società attacca o emargina chi è obeso.

I social media offrono alla gente un porto sicuro da cui scrivere commenti crudeli protetti da una cortina di segretezza. Il commento di un troll serve da esca ad incitare altri troll, finché non prende forma un vero e proprio attacco di massa nei confronti della persona obesa. La gente non si rende conto che tramite i commenti è possibile risalire all’individuo.

La gente mi sottovaluta continuamente sulla base delle loro supposizioni a partire dalla mia immagine. Per quanto sia frustrante, tutto questo mi permette di perseverare e avere successo malgrado le loro supposizioni.

Per quanto ritenga che sia importante combattere l’obesità incoraggiando ad una dieta sana e al movimento, ritengo che sia egualmente importante combattere lo stigma associato all’obesità e ricordare alla gente che molte delle supposizioni che facciamo nei confronti di bambini e adulti obesi non sono vere, dal momento che la loro condizione potrebbe essere la conseguenza di cause mediche o genetiche su cui non hanno alcun controllo. Non pensi che a volte il movimento Body Positive, che si approccia al corpo in maniera positiva, non esplori sufficientemente in profondità tutte queste problematiche col rischio di promuovere uno stile di vita non sano? Dove è possibile tracciare il confine tra il promuovere uno stile di vita sano e l’offrire supporto a coloro che hanno problemi di peso dovuti a patologie di natura medica o psicologica?

Il movimento Body Positive non promuove uno stile di vita poco sano. Quello che promuove è l’accettazione di se stessi e l’idea di opporsi e difendersi da chi ti attacca a causa del tuo corpo. Sono molte le cause dell’obesità e non tutti i tipi di obesità sono causati dal mangiare in eccesso o dal poco esercizio. Io sono stata magra e non in buona salute dal momento che mi ero imposta misure estreme per raggiungere quel peso specifico. La gente che ha subito traumi e violenze psicologiche non potrà mai dire di stare bene, questo indipendentemente dal fatto di aver un corpo magro.

Come ci si sente da artista ad esporsi nella maniera e al punto in cui lo hai fatto tu?

Ho un rapporto di amore e odio nei confronti della vetrina mondiale che ho raggiunto con il mio lavoro. Sono grata che le mie immagini siano viste da così tante persone (più di 250 milioni). Allo stesso tempo però tutta questa esposizione mediatica ha fatto sì che il progetto venisse criticato da curatori di musei per il fatto che può essere visto in un qualsiasi momento su internet. Non mi pento delle decisioni che ho preso in passato. Ma farò scelte diverse in futuro per il mio nuovo progetto.

Il progetto ti ha cambiata in quanto artista? Ha cambiato la tua percezione di te stessa?

La mia opera è sempre stata di tipo performativo e anche questo progetto segue questo mio modo di lavorare. In termini di tecnica, queste sono le fotografie più convenzionali che abbia mai scattato. In passato stampavo le immagini utilizzando procedimenti antiquati e sperimentali e installavo le foto all’interno di scatole in cuoio e lattice. Continuo ad utilizzare diverse tecniche nel mio lavoro quindi non posso dire che questo progetto abbia modificato il mio modo di lavorare.

Il progetto non ha modificato neanche la mia percezione di me stessa. Ma dover gestire l’attenzione mediatica che il progetto ha ricevuto mi ha dato la fiducia di poter fare cose che non avevo mai programmato. Le capacità necessarie per gestire le richieste provenienti da ben dieci tra i maggiori organi di stampa ogni giorno non hanno nulla a che vedere con le mie abilità fotografiche. Ma ora posso dire di cavarmela egregiamente anche in questo settore!

Come descriveresti la necessità di fare arte? Cosa ti spinge, come si è evoluto questo bisogno e come è cambiato negli anni?

Il mio obiettivo generale è incoraggiare la gente ad uscire dalla propria comfort zone per indurli a riflettere sulla loro situazione e il loro mondo. Preferisco utilizzare la sagacia e l’umorismo per provocare, come un qualcosa di irritante che pizzica sottopelle. È questo l’impulso che dà vita alla mia arte. L’arte è l’unica cosa che può essere simultaneamente diretta, sottile e perspicace.  Dal momento che i miei concetti sono fortemente radicati nella pratica sociale, la mia arte cambia col cambiare delle tecnologie e delle interazioni sociali come i social media.

Come è cambiata la tua curiosità e come sono cambiati i tuoi bisogni in termini di impulso all’arte rispetto gli inizi?

Quando ho iniziato ‘Wait Watchers’ ero interessata al tema dello sguardo e a come lo utilizziamo come strumento di comunicazione. Dopo che le immagini si sono diffuse a macchia d’olio, ho ricevuto migliaia di messaggi e commenti da gente che mi diceva che ero brutta e che sarei morta a causa del mio peso. Ho quindi iniziato ad esaminare come internet diventi un’arma nelle mani dei bulli della rete.

Qual è il ruolo della fotografia?

Il ruolo della fotografia cambia di continuo. È questo che la rende emozionante. La natura documentaristica della fotografia la rende in grado di raccontare una storia. Mentre l’abilità della fotografia di adattarsi in fretta alle evoluzioni tecnologiche e alla società le permette di spingersi sempre oltre e sfidare l’osservatore.

Quale pensi che sia il ruolo dell’artista nella società d’oggi? È cambiato molto?

Il ruolo dell’artista nella società d’oggi è quello di ispirare un cambiamento positivo. Con l’avvento dei social media, l’arte viene vista sotto forma di piccolissimi istanti su uno schermo assieme a migliaia di altri immagini ogni singolo giorno. Il modo in cui le immagini vengono consumate su internet rende difficile apprezzarle nelle loro sfumature tecniche e nella loro bellezza dettagliata.

Quali sono le reazioni della gente nell’osservare le tue immagini?

Ho notato che le reazioni al mio lavoro dipendono dal luogo dell’osservatore. In America la gente desidera sapere come sono state scattate le foto e dirmi se pensano che il soggetto ritratto mi stesse guardando o meno nell’atto di scattare. In Europa e in Gran Bretagna invece l’osservatore apprezza l’aspetto performativo e lo humour del progetto. Online la maggior parte delle persone critica il mio aspetto indipendentemente da dove vivono.

Quale impatto ti auguri di avere attraverso la tua arte?

Mi auguro che la mia arte ispiri la gente ad un cambiamento positivo. Ad essere più gentile nei confronti degli altri e di se stessi.

Che ruolo ha il tema della vergogna nella tua arte? 

Non credo che la vergogna abbia alcun ruolo in Wait Watchers. Non so cosa stiano pensando le persone ritratte nelle fotografie e quello che sto facendo è documentare momenti in pubblico. Per il mio prossimo progetto utilizzo la pazzia dei social media per gettare nella vergogna coloro che usano bullismo nei mei confronti online.

Quanto è politica la tua arte?

In generale direi che la mia non è una fotografia politicizzata. Detto questo, con l’elezione di Donald Trump, il bullismo è diventato parte del gergo quotidiano, qualcosa di acclamato da parte di uno dei leader mondiali più potenti. Ogni opera che prende in esame il bullismo online è ormai di tipo politico.

Qual è il ruolo delle ossessioni, delle compulsioni e dell’essere ossessivo in quanto artista?

Produrre un’opera nell’arco di un periodo di tempo richiede ossessione. Mi ci sono voluti 5 anni per completare Wait Watchers.  È stato necessario programmare i miei viaggi con anticipo in modo da aver accesso alle locations di cui avevo bisogno. Al fine della coerenza visiva, il processo deve essere ripetuto ogni volta in maniera metodica.

Quali sono i tuoi limiti?

Il mio primo limite è quello legale. Gran parte del creare le mie opere consiste nel fare ricerca sui limiti legali del mio progetto e nel verificare le mie idee passandole al vaglio della legalità.

Gli altri miei limiti sono più malleabili.

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Non si tratta solo di dimagrire in vista della famosa prova costume: quando si parla di Dieta Zona occorre ricordare che siamo di fronte a un programma alimentare in grado di rimettere in equilibrio l’intero organismo. E se la perdita dei chiletti di troppo sarà la naturale e prima conseguenza della dieta, i grandi vantaggi riguardano la salute generale. Il biochimico americano Barry Sears, fondatore della Zona, membro del Massachusetts Institute of Technology e presidente della Research Inflammation Foundation, ci spiega nel dettaglio vantaggi e regole del programma alimentare divenuto tra i più celebri degli Stati Uniti.

Oltre una ventina d’anni fa usciva negli USA il suo libro “Enter the Zone”. Resta ancora convinto che la Dieta Zona sia la migliore per la nostra salute? «Più di 30 studi clinici pubblicati hanno dimostrato che la Dieta Zona è superiore alle altre strategie nutrizionali dal punto di vista del controllo degli ormoni, dell’appetito, della glicemia, dei lipidi nei sangue, senza scordare la riduzione dell’infiammazione». Quali sono i principi cardine del programma Zona? «Il fondamento numero uno è l’equilibrio. La Zona garantisce, infatti, un bilanciamento tra proteine e carboidrati a ogni pasto per rendere stabili i livelli della glicemia. Questo obiettivo si raggiunge grazie al bilanciamento degli ormoni, e ciò comporta anche una riduzione dell’infiammazione. Va inoltre detto che la Dieta Zona viene personalizzata sulla base del fabbisogno proteico e dell’attuale stato di insulino-resistenza di ciascuna persona».

Entriamo nel dettaglio: che cosa si porta in tavola? «La Zona è una dieta a basso contenuto di grassi, prevede livelli adeguati di proteine e quantità moderate di carboidrati. È inoltre una dieta ricca di fibre fermentabili, preziose per la salute dell’intestino, e comporta un basso apporto calorico, senza però che questo generi appetito o affaticamento, poiché stabilizza i livelli di zuccheri nel sangue pasto dopo pasto».

Esistono alimenti da bandire? «La Dieta Zona non proibisce alcun cibo, si limita a ridurre considerevolmente l’assunzione di certi alimenti. Ad esempio i carboidrati bianchi come pasta, pane riso e patate, poiché fanno alzare rapidamente i livelli di insulina. Questi carboidrati vengono sostituiti da frutta e verdure non amidacee. La Dieta Zona riduce anche l’assunzione di omega-6 e grassi saturi, entrambi a effetto pro-infiammatorio».

Parliamo invece dei cibi da favorire. «La Zona è ricca di verdure non amidacee, le quali hanno un impatto limitato sui livelli di insulina, essendo al contempo ricche di fibre fermentabili e polifenoli, fondamentali per la salute intestinale. Tuttavia questi carboidrati (le verdure sono carboidrati buoni *Ndr), devono comunque essere bilanciati da quantità adeguate di proteine magre – per esempio pesce o carni bianche – per produrre quell’equilibrio ormonale che previene la fame e l’affaticamento per le 5 ore successive al pasto».

Una giornata-tipo seguendo la Dieta Zona? «Un pasto tipico in Zona contiene circa 25 grammi di proteine: questa quantità di proteine sta perfettamente nel palmo della propria mano. Le proteine devono essere bilanciate da una quantità adeguata di carboidrati per stabilizzare i livelli ormonali per le famose 5 ore successive. Una tipica colazione per una donna potrebbe prevedere 130 grammi di prosciutto magro con 150 grammi di frutta e qualche noce. Un pasto tipico include 150 grammi di pesce alla griglia e 300 grammi di verdura alla griglia con l’aggiunta di un cucchiaio di olio d’oliva e 50 grammi di frutta. Per cena potremmo prevedere 130 grammi di pollo grigliato con 300 grammi verdure alla griglia, un cucchiaio di olio di oliva e 50 grammi di frutta come dessert. Uno spuntino corretto, infine, contiene 50 grammi di frutta e 30 grammi di formaggio magro».

Sappiamo che la Zona aiuta a ridurre l’infiammazione. «La Dieta Zona è stata messa a punto esattamente per ridurre l’infiammazione eliminando dalla dieta molti ingredienti pro-infiammatori, in particolare acidi grassi omega 6 e grassi saturi. Inoltre, la riduzione dei carboidrati bianchi inibisce l’attivazione dei geni infiammatori. Infine, il minore apporto di calorie a ogni pasto riduce l’infiammazione nei centri di controllo dell’appetito a livello cerebrale, e così non si è portati a consumare calorie in eccesso».

Qual è il ruolo degli omega nella Dieta Zona? «Gli acidi grassi omega 3 sono davvero essenziali per la salute. Mentre gli acidi grassi omega 6 attivano l’infiammazione, gli omega 3 la disattivano. Il termine scientifico che si usa in questo caso è “risoluzione”. L’infiammazione non risolta è infatti la causa che sta alla base dell’aumento di peso, delle malattie croniche e di un invecchiamento accelerato».

Uomini e donne: che differenze ci sono per quel che riguarda la Zona? «Gli uomini dovrebbero consumare una quantità leggermente superiore di proteine magre, e quindi livelli leggermente più alti di carboidrati e grassi. L’apporto calorico per una donna è di circa 1.200 calorie, mentre per un uomo si arriva a 1.500 al giorno. Tuttavia sia lui che lei faranno fatica ad assumere tutte le calorie previste, dato che consumeranno grandi quantità di verdure non amidacee».

Foto in apertura Miles Aldridge, Vogue Italia, ottobre 2011

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Lorod, il brand newyorkese lanciato poco più di un anno fa, e noto per la sua rivisitazione moderna dei classici vintage americani come i capi utility e da lavoro in denim, ha recentemente presentato la nuova collezione Pre-Spring 2019. Fin dal loro debutto, il duo di stilisti Lauren Rodriguez e Michael Freels (che si sono conosciuti quando studiavano alla Parsons) hanno sempre giocato secondo le loro regole. Ad esempio, lasciando da parte il calendario ufficiale delle sfilate  e scegliendo invece di presentare le loro pre-collezioni fuori stagione. I due stilisti sono sulla strada giusta, e l’industria sta in effetti seguendo il loro esempio, come sta facendo il CFDA, che per la prima volta decide di sperimentare con una fashion week pre-stagionale in giugno. Dopo la loro prima collezione, i due stilisti hanno spiegato che uno dei vantaggi fondamentali per un brand emergente nel presentare off-season è ottenere maggiore attenzione da chi altrimenti sarebbe troppo occupato a seguire le fashion week ‘tradizionali’. Un altro vantaggio è che i prodotti a prezzo pieno restano in negozio più a lungo.

Questa collezione è forse la loro più originale ad oggi, come spiega Rodriguez nel backstage, “Non abbiamo seguito un vero e proprio tema questa stagione, abbiamo pensato a come reinventare e ‘ammorbidire’ i capi utility. I capi sono un po’ più drappeggiati, c’è più movimento, sono costruiti in modo meno rigido.” La palette di colori più soft fra cui blu navy, nero, ruggine, verde salvia, e lavanda polvere è stata una scelta azzeccata perché mette in evidenza l’eccezionale abilità sartoriale  dei designer. A rendere coerente la collezione c’erano dei completi composti da giacche cropped in denim  e lunghi cappotti sartoriali. Un’altra silhouette tipica era un fluttuante abito asimmetrico con ruche su un lato. Lorod questa stagione ha sperimentato anche con giacche dalle spalle tonde e scese e maxi tasche,  strette in vita da una cintura. E hanno continuato la loro ricerca  sul knitwear inserendo capi a maglie strette o a punto ragnatela. I due designer hanno utilizzato elementi fatti a mano per smorzare i toni dell’estetica workwear  e utility, che, fra l’altro, strizza l’occhio alla tradizione americana di tanti anni fa dal mood intimo. Capi dipinti a mano o ricamati ammorbidiscono e danno carattere. Freels spiega, “Li abbiamo ‘passati’ a tutta la nostra community, ognuno ci ha messo del suo in un modo che ci sembrava un’ espressione molto sincera, inserendo le nostre storie personali negli abiti. Un’amalgama di esperienze personali.” I due stilisti hanno ingaggiato il fidanzato di Rodriguez, l’artista Chase Hall, per dipingere, mentre Freels ha inserito cianografie dal suo album di famiglia. Per la seconda stagione, i due stilisti hanno collaborato con Manolo Blahnik su due modelli di scarpe,  uno stivale al polpaccio in vernice nera e suede lavanda polvere, e un mocassino in pelle nera e blu. Le modelle si muovevano a zig zag in un’installazione drappeggiata in plastica blu Klein in una location del West Village in una giornata piena di sole, e il pubblico applaudiva entusiasta. Il futuro della moda, era ben chiaro in quel momento, è sfolgorante, e Rodriguez e Freels sono i leader del gruppo.

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La collezione eyewear CHANEL: quasi un gioiello tra design e tecnologia.

Tempo di CAPPELLI DI PAGLIA, evocativi e dall’appeal naturale

 

 

Photos by Paola Pansini

Vogue Italia, giugno 2018, n.814, pag. 90

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Il cerchio perfetto del girocollo, ritmato dalle sequenze binarie delle pietre fatte di luce pura, si allunga nelle serpentine ondulate, sommessamente morbide. Tra file di navette, fluide e dinamiche, senza eccessi d’opulenza, va in scena una preziosa danza di zaffiri e brillanti. Bruno Crivelli, imprenditore e orafo raffinato, di tradizione piemontese, da quando ha iniziato a disegnare, negli anni 80, ha privilegiato la sensualità nel gioiello. Giocando con la magia di ombre e scintillii inaspettati e con tagli particolari, ma soprattutto con l’indossabilità. Senza mai far prevalere l’idea sul senso stesso, autentico, del gioiello. Il suo è un mix eclettico che oscilla tra antico e moderno, geometrico e organico, etnico e neoclassico. Il pavé di diamanti bianchi rimane il segno distintivo della maison, ma le ultime collezioni sono esplosioni arcobaleno di smeraldi, rubini e zaffiri, ma anche di pietre più insolite come tanzaniti, acquemarine, paraibe, tzavoriti, rubelliti, morganiti, fino ai lussuosi diamanti pink: creazioni policrome che Crivelli declina anche nell’oro rosa, richiamo deciso all’estetica Eighties, di ritorno anche sulle passerelle. I motivi sono ispirati alla natura, tradotta in grafismi armonici di leggere farfalle colorate o di pattern floreali stilizzati, di spirali e ramage, che rivivono su choker, anelli multidito, collier asimmetrici e bracciali alla schiava, questi ultimi, da sempre, pezzi identificativi della maison. Uno spirito contemporaneo, come suggerisce il suo creatore, dal forte sapore artigianale e dal valore simbolico e narrativo.

 

 

Photo by Gianuzzi  & Marino

Vogue Italia, giugno 2018, n.814, pag. 88

 

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Del glamour ha fatto il proprio tratto distintivo in tutti questi anni, facendo la gioia delle sue fan. E oggi, Liu Jo celebra questo aspetto con una campagna pubblicitaria dedicata. Si intitola, appunto, #Glamourizing e coinvolge una delle top model più richieste del momento: la splendida Anna Ewers. Dietro l’obiettivo due grandi fotografi: Mert&Marcus.

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photographed by Courtesy press office

Gli scatti sono stati realizzati in studio dove Anna ha indossato tutti key pieces della collezione Autunno Inverno 2018-19: il coat di leopardo, il minidress monospalla e quello romantico con le ruche, capi di denim, blazer e il trench di vinile.

Guardate la gallery con le foto e il video di backstage in esclusiva su Vogue.it.

Q&A con Anna Ewers

La campagna pubblicitaria #Glamourizing si fonda su parole chiave quali avvenenza, sensualità e unicità. Cosa ti fa sentire bella e speciale? Mi sento bella e speciale quando amo ciò che indosso e mi fa sentire a mio agio. È importante per me che i capi che indosso riflettano chi sono e come mi sento: in questo senso credo che la moda possa essere considerata una vera espressione di unicità e della propria personalità.

Cosa significa per te glamour? E qual è il tuo speciale tocco di glamour? Glamour vuol dire indossare qualcosa di speciale e sentirsi belle per un’occasione importante. Può essere uno splendido abito o un accenno di trucco.

Qual è il look che ti fa apparire e sentire sempre glamour? Un abito sottoveste, trucco occhi scuro e tacchi: un look essenziale che mi rappresenta. Credo che il look migliore sia quello più semplice in quanto in quel caso è l’individualità e la personalità a fare la differenza: less is more!

In fatto di stile, cosa costituisce per te l’assoluto necessario? Una bella borsa e una giacca importante.

Preferisci seguire le tendenze o optare per uno stile classico e senza tempo? Non credo che sia tanto una questione di seguire le tendenze quanto più di abbinare capi che ami, che ti facciano sentire a tuo agio e bella indossandoli.

Puoi rivelarci i tuoi must-have giorno e sera? Una giacca di pelle per il giorno e un tacco semplice per la sera, due capi must-have in grado di trasformare ogni outfit in qualcosa di assolutamente speciale.

Quali sono i tuoi must-have della nuovissima collezione AI 2018-19 di Liu Jo? Adoro i tacchi e gli stivali neri e credo che l’intramontabile modello Bottom Up di Liu Jo sia in assoluto il jeans dal miglior fit che abbia mai provato. Solo dopo averlo indossato ho capito come mai le donne di tutto il mondo lo amano alla follia.

Com’è secondo te la ragazza Liu Jo? È naturale, cool e ama il glamour. Credo che ci sia una ‘ragazza Liu Jo’ in ogni donna. Non importa che silhouette hai o quale sia la tua età: la ragazza Liu Jo è una donna con una personalità e una femminilità forti che ama indossare capi che la fanno sentire sicura di sé e bella.

Come definiresti il vero stile italiano? Le donne italiane non sono certo timide in fatto di stile, anzi lo definirei uno stile che fa sentire la donna forte, indipendente, determinata. Alcuni dei capi che ho indossato per la campagna pubblicitaria, come il cappotto in vinile nero per esempio, rappresentano molto bene questo concetto.

Qual è stato il consiglio più prezioso che hai ricevuto quando hai iniziato la carriera di modella? E quale consiglio daresti alle modelle in erba? Di non prendersela per le piccolo cose, di lavorare per raggiungere i propri obiettivi, di rimanere concentrate su se stesse e di non farsi abbattere dalle difficoltà che si incontrano sul proprio percorso.

Un piccolo esperimento: immagina di non essere modella, cosa faresti ora? Viaggerei in giro per il mondo: amo scoprire luoghi e culture nuove. È un qualcosa che mi arricchisce molto.

Ti consideri un esempio per gli altri? Come vorresti essere vista dal mondo? Come qualcuno che tratta la gente con educazione. Credo che il rispetto sia un valore molto importante e il mondo della moda non deve costituire un’eccezione.

Hai modelli di riferimento a cui guardi con ammirazione? Ci sono così tante donne forti e indipendenti al mondo, è difficile sceglierne solo una.

Liu Jo mette in risalto il potere della femminilità. Qual è l’aspetto che ami di più dell’essere donna? Amo tutto, quello di ‘femminilità’ è un concetto molto ampio che ogni donna interpreta e vive a modo proprio. Durante il servizio per la campagna mi sono resa conto che Liu Jo aiuta davvero noi donne a esprimere la nostra personalità.

Cosa ne pensi dell’espressione ‘l’obiettivo primo della moda è rendere le donne sicure di sé’? Sono totalmente d’accordo. Se ti senti a tuo agio nei capi che indossi, questo ti rende automaticamente più sicura.

Il 2018 sarà un anno più femminista, il futuro è donna? Il futuro è donna, non c’è alcun dubbio! Sono contenta di vedere che negli ultimi anni la tematica è diventata sempre più importante in molti paesi e settori. Le donne ricoprono ruoli di responsabilità come gli uomini ma, a differenza di questi, utilizzano la femminilità come valore aggiunto e distintivo.

Nel 2015 sei stata nominata dal settore modella dell’anno. Qual è la prima cosa che ti è passata per la mente? Ero incredibilmente felice ed emozionata ma non ho visto la cosa tanto quanto un punto d’arrivo ma piuttosto come un nuovo inizio.

Qual è il ricordo più bello che conservi dell’esperienza con Liu Jo? Mi sono divertita tantissimo sul set della campagna pubblicitaria. Mi sono goduta ogni singolo istante! L’atmosfera era molto rilassata e socievole e credo questo sia un aspetto molto importante quando miri ad ottenere il miglior risultato possibile in termini di qualità.

Come è stato lavorare assieme a Sissy Vian e Mert & Marcus per Liu Jo? Ci puoi dare un piccolo assaggio di ciò che è successo dietro le quinte? L’energia sul set era formidabile e adoro lavorare con tutti loro! Con questo team mi sento sempre a mio agio e in grado di esprimere la mia personalità in maniera naturale.

Social media: una maledizione o una benedizione? Come mai? Entrambe le cose: se utilizzati in maniera attenta e accurata, i social media possono davvero aiutarti a mostrare chi sei e le tue emozioni ma non dimenticate mai la vostra personalità e la spontaneità.

Ritieni che i social media facilitino la carriera di modella? Indubbiamente. Penso che oggi come oggi siano fondamentali per costruirsi la propria immagine di modella. Sono una sorta di finestra attraverso cui hai la possibilità di rivolgerti a un pubblico più ampio. Sei spesso paragonata a Brigitte Bardot e sei nota per la somiglianza con Claudia Schiffer, che ne pensi? Sono entrambe icone. La cosa non può che farmi felice.

Qual è il tuo segreto di bellezza per apparire al meglio durante l’intero arco della giornata? Dormire a sufficienza e mangiare sano, due regole semplici che considero sempre importanti indipendentemente dall’età o dal periodo della propria vita.

Viaggi molto, come riesci a mantenerti sana, in forma e sempre piena di energia? Vedo gli amici e faccio sport. Credo sia importante mantenere il giusto equilibrio tra ‘corpo’ e ‘spirito’.

So che ami la musica, qual è la tua canzone preferita al momento e hai tempo di andare ai concerti? Adoro andare ai concerti, sono appena stata al concerto di Nick Cave ed è stato incredibile.

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Svestirsi sotto il sole e rivestirsi di gioielli.

La fantasia non ha limiti, e neppure l’estro ne ha, aggiungeremmo noi, osservando la nuova moda lanciata dalle celebrities per questa estate 2018. Stiamo parlando di body jewels, i gioielli per il corpo, che abbiamo visto sfoggiare da alcune tra le cantanti, modelle e attrici più in voga al momento.

I piercing all’ombelico, anche colorati e dalle forme più svariate, vedono comparire al loro fianco gioielli per il corpo, ancora più estrosi, a ricoprire l’addome, il collo, le spalle e talvolta persino le gambe delle star.

Etnici come i costumi indossati dalle ballerine di danze orientali, i body jewels riprendono una moda appena tornata in passerella, quella di utilizzare abiti e accessori esotici, come i turbanti di Marc Jacobs o i piercing e maxi orecchini abbinati a fiori di Naeem Khan.

Bella Hadid li indossa col bikini: la collana a più fili avvolti intorno al collo scende fino all’ombelico avvolgendo l’addome, piccoli pendenti punteggiano tutto il corpo. Anche Gigi Hadid, durante l’ultimo Coachella Fest, indossa un body jewel con molteplici fili circondanti il collo; il gioiello scende creando una “x” fin sulla pancia e forma un decoro etnico hippie, che ben si abbina ai bracciali in stoffa colorata indossati dalla modella.

Kendall Jenner si fa fotografare con body jewels più voluminosi, composti da maglie rettangolari e ovali, abbinati a bracciali, mentre Kylie Jenner predilige un sottilissimo filo dorato da frapporre tra l’ombelico e il costume.

La scelta più estrosa è quella di Rihanna che appoggia l’ampia collana body jewel a un tatuaggio, a creare un effetto assolutamente tribale. Il tutto arricchito da multi anelli, multi bracciali e midi rings.

Da ornamento etnico a decoro hippie chi avrebbe pensato che i gioielli per il corpo potessero persino trasformarsi in un decoro per le mamme in dolce attesa? Ne è prova lo scatto di Kate Hudson, in cui un sottile body jewel con cerchiolini e pendente avvolge e festeggia il pancione.

di Gloria Guerinoni

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Gemme dal fulgore perfetto, che dei diamanti hanno lucentezza, composizione chimica, durezza, ma non l’origine: nascono in laboratorio con evoluti processi di sintesi in poche settimane, anziché nel ventre della terra in milioni di anni. Sono i “created diamonds” (ma anche zaffiri, rubini) della nuova collezione di alta gioielleria disegnata da Penélope Cruz con Atelier Swarovski, e svelata (in parte) dall’attrice spagnola sul red carpet di Cannes. «Con Penélope condividiamo gli stessi valori, come l’impegno per un lusso responsabile. E poi ha uno straordinario talento creativo», dice Nadja Swarovski, nell’executive board dell’azienda austriaca del cristallo fondata dal trisavolo Daniel nel 1895, e che ora investe anche sui diamanti etici. Orecchini, anelli, bracciali sono intessuti di riferimenti famigliari «e di amore per le donne forti intorno a lei»: il profilo della Luna di alcuni pezzi, dedicato alla figlia dell’attrice, o l’anello regalatole dalla nonna, andato perduto. Le linee classiche sono rinvigorite dai rossi e blu profondi di rubini e zaffiri bagnati dalla luce dei diamanti. Il valore emozionale delle pietre non è qui il tempo primitivo della natura ma quello futuro dell’innovazione tecnologica, declinato nella sensibilità contemporanea, attenta all’impatto sull’ambiente e sulle persone. «Siamo partner dell’Onu in programmi a favore delle donne, aderiamo al Global Compact e al Responsible Jewellery Council», sottolinea Nadja. «Usiamo cristallo senza piombo e oro Fairtrade proveniente da una cooperativa in Perù che garantisce protezione ai minatori in termini di compensi e sicurezza, e aiuta la comunità locale di allevatori di alpaca. Per noi, infondere contenuto e valori all’industria del lusso è una missione».

Nella foto Nadja Swarovski, membro dell’executive board del brand e direttore creativo di Atelier Swarovski, e Penélope Cruz ritratte a Cannes per Vogue Italia da Saskia Lawaks. L’attrice indossa gli orecchini di zaffiri e diamanti Atelier Swarovski by Penélope Cruz, realizzati con gemme sintetiche e oro Fairtrade. La collezione completa sarà presentata a luglio durante la Couture parigina.

Vogue Italia, giugno 2018, n.814, pag.84

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«Dalla tridimensionalità del passato siamo arrivati alla bidimensionalità dello schermo del computer o del telefonino», ironizza Gabriele Colangelo, raro minimalista nel panorama massimalista dell’era dei social network. Dal 2015 ha assunto le redini creative di Giada – marchio fondato da Rosanna Daolio nel 2001 –, declinando un’eleganza timeless per una donna «colta e sensibile, discreta e dalla forte personalità, che non cerca nell’abito una conferma ». Con la sua cifra – stile cesellato dall’afflato concettuale – ha assolto il compito d’imprimere al brand identità. «Spesso minimalista fa rima con semplicistico: io non lo credo affatto, ci vuole più dedizione a iniettare contenuto in un abito essenziale che in uno ridondante ». Il suo modus operandi parte delineando un orizzonte d’idee frutto delle suggestioni dell’arte contemporanea e si definisce in una certosina ricerca sartoriale: selezione delle materie, messa a punto del «dettaglio inusitato», soluzioni inedite («abbiamo trasferito alla seta la lavorazione double del cachemire»), bellezza sempre funzionale («le chiusure gioiello sono elementi fruibili»). D’altra parte, se per lui la moda è arte applicata, l’imprescindibile attributo del lusso deve essere il valore intrinseco. «Il tempo è il lusso di oggi? Puoi chiamarlo anacronistico, ma per me è anche quello dedicato alla concezione e realizzazione dei capi», dice lo stilista che, formatosi negli anni 90 – «quando il messaggio estetico veniva prima del prodotto» –, ha una medesima ricetta fatta di pensiero. In questi giorni frettolosi e superficiali, quello di Gabriele Colangelo per Giada è un tempo ritrovato. Perché quando si tratta di qualità, ci vuole il tempo che ci vuole. Foto courtesy Giada.

 

Vogue Italia, giugno 2018, n.814, pag. 83

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Francesca Capper e Natasha Somerville, le designer londinesi di POSTER GIRL, presentano in esclusiva qui su Vogue.it la nuova collezione, o Series come piace chiamarla al duo inglese, del loro brand.

Series 1.2, questo il nome scelto per l’ultima accattivante capsule firmata POSTER GIRL, che come le precedenti (la Series 1.0 ormai quasi SOLD OUT e la Series 1.1) è composta da gonne midi e mini, abiti super sexy e top dalle varie combinazioni.

Se per la Series 1.0 erano il nero e il metallic silver a fare da padrone e per la Series 1.1 lo erano invece i colori pastello come il celeste e il rosa barbie, quest’ultima serie si differenzia dalle precedenti per la sua palette decisamente proiettata verso la prossima stagione Fall/Winter 2018-2019.

Abiti, gonne e top sono declinati questa volta nei toni del bronzo, del verde smeraldo e del verde bottiglia, con una peculiarità assoluta, ovvero la stampa snakeskin che si va a mescolare alla maglia metallica dei capi, conferendo al look quel tocco glamour e di tendenza per chi non vuole passare inosservato.

La collezione è disponile in pre-order sul sito di POSTER GIRL da metà Giugno 2018.

Sfogliate la gallery di Vogue.it per scoprire la Series 1.2 firmata POSTER GIRL, attraverso le immagini dello shooting, di cui vi diamo un’anteprima assoluta, realizzato nella suggestiva location del Joshua Tree National Park, in California.

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Qui invece trovate la nostra intervista a Natasha Somerville e Francesca Capper, designer di POSTER GIRL, dello scorso Dicembre 2017.

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