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BEAUTY NEWS

Hyo-Joo Ko è la protagonista della campagna pubblicitaria Primavera-Estate 2018 di Black Coral. La skater coreana ha posato davanti all’obbiettivo di Emanuele Reguzzoni e appare anche nel video dedicato al progetto e firmato da Mauro Ladu.

A fare da sfondo il suggestivo scenario incontaminato di Fuerteventura.

“Black Coral, brand gipsy nell’anima che trasferisce il suo essere nelle stampe, nelle linee e nel mood vagabondo delle sue collezioni, sceglie una testimonial inconsueta, famosa nel mondo per la sua agilità sulla tavola”, annuncia il marchio. “Il mondo street di Hyo-Joo si sposa perfettamente e in modo inaspettato con la delicatezza dei capi”.

Guardate il video e la gallery dedicata alla campagna pubblicitaria Primavera-Estate 2018 di Black Coral con Hyo-Joo Ko.

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In occasione dell’apertura della 68esima edizione del Berlin International Film Festival (Berlinale), Bulgari ha ospitato un esclusivo party alla Berlin SoHo House, per celebrare l’iconico design di Bulgari B.Zero1.

L’obbiettivo di German Larkin ci porta nel cuore della festa insieme agli ospiti più illustri, tra cui Sylvia Hoeks (star del nuovo Blade Runner 2049), Lottie Moss, Toni Garrn, Liev Schreiber, Princess Lilly zu Sayn Wittgenstein-Berleburg, Valeria Bilello, Alicia von Rittberg, Marie Bäumer, Prince Donatus zu Schaumburg-Lippe e Tim Oliver Schultz.

Sfoglia la gallery per guardare tutte le foto e i momenti più belli al party di Bulgari alla Berlinale 2018.  “RVLE YOUR NIGHT”

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La London Fashion Week è cominciata. Le collezioni Autunno Inverno 2018-19 sono approdate a Londra insieme agli addetti ai lavori, agli influencer e, perché no, agli appassionati di moda. Se siete in città in questo periodo e siete degli amanti del bello, nonché degli insta-lover, ecco per voi 5 luoghi – ristoranti, bakery, cafè e boutique – da non perdere, perfetti per Instagram e segnalati da Vogue Uk.

Sketch London: si trova in Conduit Street, Mayfair, e se amate il pink proprio non potete perdervelo visto che questo colore domina nella sala. Per un drink, un pranzo o una cena – stellate – ma anche per un tè. (9 Conduit St, Mayfair).

Peggy Porschen: adorate i cupcake e le torte e i dolci inglesi? Allora non potete non fare tappa qui. Oltre a deliziare il vostro palato, delizierete anche i vostri occhi vista la grande attenzione che viene dedicata al lato estetico e visto che siederete tra i fiori colorati che decorano l’edificio. (16 Ebury St, Belgravia).

Biscuiteers: il tempio dei biscotti, definita una ‘luxury biscuit boutique’. L’incantevole stile del luogo vi riporterà indietro nel tempo. Il punto forte? C’è un cookie per ogni occasione e tante creazioni sono dedicate al fashion world. (13 Northcote Rd, Clapham).

Petersham Nurseries: uno spazio verde in città. Un luogo magico con una selezione di oggetti per la casa davvero unica. E, all’interno di questo spazio, a breve apriranno due ristoranti: La Goccia e The Petersham. Siamo certi che le pietanze saranno altrettanto perfette per i vostri scatti. (27-31 King St).

Pennethorne’s: nel cuore della Somerset House questa location esclusiva dallo stile raffinato accoglie ogni giorno i visitatori dell’edificio – ma non solo – con i suoi ottimi caffè, i suoi cocktail e le sue proposte gastronomiche a prova di click. (Somerset House).

Guardate la gallery dedicata a questi incantevole luoghi perfetti per Instagram.

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La London fashion Week  è appena iniziata e già  non vediamo l’ora di  indossare le nuove Collezioni Autunno Inverno 2018/19.

Tanti i nomi che sfileranno in questa settimana dal 16 al 20 Febbraio. Burberry ha organizzato uno show spettacolare per salutare Christopher Bailey che cede il timone di direttore creativo. J.W. Anderson invece presenterà per la prima volta una sfilata co-ed uomo e donna.

Attessimi anche gli show di Christopher Kane, Mary Katrantzou, Simone Rocha e Halpern e poi Ports 1961 che per la prima volta sfilerà nella City.

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Rituale viso ghiacciai del Monte Bianco. Un nome accattivante, che sintetizza alla perfezione un’esperienza di benessere che si sviluppa a 360 gradi, dal tatto fino alla vista. La propone QC Termemontebianco (Pré Saint Didier) e consiste in uno speciale trattamento viso e nella possibilità di vedere Il portale dell’aQCua, un’istallazione di design che celebra il rapporto tra uomo e acqua creata da Matteo Ragni e ubicata nella skiarea Courmayeur Mont Blanc.

RITUALE VISO GHIACCIAI DEL MONTE BIANCO Consiste in una maschera viso effetto “crio-ice” ad azione schiarente che attenua le piccole rughe e distende i segni d’espressione. L’applicazione di ghiaccio tonico crea un immediato effetto rassodante e il massaggio pneumatico finale ossigena e compatta i tessuti. Il rituale inizia con una profonda detersione con latte, tonico e scrub a base di un blend di acque termali delle fonti delle location QC Terme. Successivamente viene applicata sul viso una maschera in gel crema a effetto ghiaccio creato dal mentolo, ingrediente principale che dona anche una delicata e piacevole fragranza al trattamento. Durante la posa di 10 minuti la pelle viene tamponata con cubetti di ghiaccio avvolti in garze imbevute di tonico. Rimossa la maschera si procede con l’applicazione di una crema distensiva, scelta in base alla tipologia della pelle, solitamente un’antiage. Il massaggio è pneumatico, intenso e profondo sui tessuti connettivali, con “pizzicotti” che servono a ossigenare la pelle, a renderla più turgida e tonica. L’incarnato risulterà più luminoso, mentre i segni di espressione e le piccole rughe saranno distesi e attenuati.

IL PORTALE DELL’AQCUA Il portale dell’aQCua – creato Matteo Ragni, designer di fama internazionale e vincitore di due premi Compasso d’Oro – è un’installazione di design che nasce con l’obiettivo di comunicare i valori del marchio QC Terme attraverso l’arte. Si tratta di un’opera dedicata all’acqua in metallo specchiato animata da luci. Fino al 20 marzo 2018 il portale sarà esposto sulle piste di Courmayeur, dando il via al primo fenomeno di Snow Art del mondo. Raggiungibile solo sugli sci, il portale è posizionato in una cornice panoramica e scenografica unica al mondo: il sito è in sommità del crinale sud-ovest del Mont Chetif che divide la conca del Checrouit dalla Val Veny in corrispondenza della località Courba Dzeleuna, poco più a valle dell’arrivo dell’omonima seggiovia, proprio dove un tempo sorgeva una piscina, come a sottolineare il suo legame con l’acqua. Il portale è un’installazione in metallo specchiato composta da americane in alluminio che vengono tamponate da pannelli con finitura a specchio. I pannelli riproducono degli archi che conducono il visitatore verso un portale composto da una parete d’acqua (un contenitore in plexiglass contiene dell’acqua che crea un gioco di bolle).

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È davvero difficile da credere se pensiamo a lei tanto meravigliosa e sicura sui red carpet, così come in passerella. Ma l’apparenza inganna. Bella Hadid ha confessato di soffrire del disturbo di ansia sociale. La modella lo ha rivelato nel reality show di sua madre Yolanda, Making a Model – in onda su Lifetime -, e ha raccontato quanto è stata dura la sua lotta contro questo mostro psicologico. Pare che Bella sia stata molto male all’inizio del suo successo: tremava, piangeva e avvertiva dei veri e propri ‘black out’ quando era in passerella.

Secondo il National Institute of Mental Health il disturbo d’ansia sociale si manifesta proprio attraverso i sintomi della paura: nausea, tremore, battito cardiaco accelerato e postura rigida del corpo.

Bella aveva già parlato di altri problemi di salute in passato, condividendo tutti i dettagli sulla sua convivenza con la malattia di Lyme. Anche sua sorella Gigi Hadid, recentemente, ha dichiarato di soffrire di una patologia: la tiroidite cronica di Hashimoto.

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Una lettera. Un racconto. Una cronaca. Una vita intera. Tutto questo è contenuto nel lungo articolo apparso su Vogue US a firma di Lena Dunham in cui l’attrice racconta di come, prima di avere 32 anni, si sia sottoposta a una isterectomia. Una scelta dettata da un’esigenza clinica: Lena Dunham soffre da una decina d’anni di endometriosi, una malattia cronica molto dolorosa e molto pericolosa. Una malattia che la Dunham ha cercato di combattere in ogni modo prima di arrivare alla decisione di procedere con l’asportazione dell’utero e della cervice, ma, come lei stessa scrive, i dolori erano diventati tali e tanti che “le voci intorno a me sembravano solo i versetti dei Teletubbies”.

Il racconto della Dunham è vivo, pulsante come la carne e il sangue: non è solamente la descrizione di un decorso clinico che ha portato a una decisione drammatica, è il racconto di una possibilità che, a un certo punto, si chiude per sempre per propria scelta trasformandosi in un desiderio quasi irrealizzabile. La penna della Dunham incide le sue emozioni come un bisturi e si espone allo sguardo di tutti senza pietismi. È clinica, Lena, nel raccontarsi.

“Molte delle mie amiche sono incinta, o stanno provando a esserlo. Temevo di gestirla male. Diventare acida. Bere un po’ troppo champagne durante i baby shower, le feste per l’annuncio della gravidanza. La povera vecchia zia Lena”.

Lena sta riprendendosi, lei stessa lo scrive, dall’intervento. Fisicamente le cose vanno meglio, emotivamente è invece un’altra storia. “Piango, con grandi stupidi singhiozzi, nella vasca da bagno o nell’angolo della casa in cui, come in un terribile cliché, ho iniziato a fare bricolage”

L’articolo si chiude con un piccolo, significativo, inno alla resilienza e confidando nella speranza di quello che si può lasciare dietro di sé come testimonianza. E come trovare speranza anche dove non sembra più essercene. “Volevo sapere come ci si potesse sentire in nove mesi di totale unione. Quel lavoro era destinato a me ma non ho superato il colloquio. E va bene così. Lo dico davvero. Potrei non crederci ora, ma ci arriverò a breve. E tutto quello che rimarrà saranno la mia storia e le mie cicatrici, che sono già così sbiadite che stento a trovarle”.

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Dopo 10 giorni densi di sfilate si è conclusa la New York Fashion Week che ha gettato i primi semi di quelle che saranno le tendenze beauty – trucco soprattutto – della prossima stagione invernale. Ecco le prime 6 tendenze emerse dalle passerelle.

1. L’illuminante effetto wet (bagnato), come da Alexander Wang 16 illuminanti nuovissimi da provare

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2. Lo smalto en pendant con l’ombretto. Sia che si tratti del classico rosso, sia che si tratti di toni molto scuri. Come da Carolina Herrera o da Christian Siriano 3. Cat-eye grafico. Il tratto dell’eyeliner per allungare l’occhio: grafico e minimal come da Jason Wu, grafico e cartoon come da Jeremy Scott 4. Unghie pied de poule. Questa fantasia supererà l’attualissimo tartan? Nail art, idee tartan e altre tendenze
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5. Ombretto viola. Sfumato e “vellutato” come da Marc Jacobs, mix&match Anni Settanta come da Anna Sui 6. Il ritorno delle fasce per capelli Anni Ottanta, come da Tom Ford

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New designers at established houses, a fade-out of uptown style and a confusion of names jostling downtown – the New York fashion week was a hub of confusion.

Yet this was only reflecting what has happened – or is on the way – in other cities, as long-established names pass the flame, often to young designers who want to keep their own-label businesses.

Occasionally, this two-way designer plan works, as with Monse. After a strong showing as joint designers for Oscar de la Renta, a lively film shot among the funfair of Coney Island was the way that Fernando Garcia and Laura Kim presented their personal vision. With Nicki Minaj on the soundtrack and a carnival spirit, the clothes were mostly riffs on classic pieces, so that a plain beige raincoat might have a checkered jacket worked on top.

Loved hanging out with Laura Kim and Fernando Garcia showing the film of their Monse collection at the Gramercy Park Hotel

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 14, 2018 at 7:00am PST

Charming as these mix-and-meld effects might look in moving or still images, there is no substitute for seeing live what appeared to be half a zippered cardigan or a newspaper print (which John Galliano owns in fashion history). ‘International Monse’ was a tagline printed on some of the outfits. And with their quirky, fresh and individual look – and the exposure via the house of de la Renta – these two may make it internationally.

Anna Sui is one of the most steadfast yet light-spirited designers on New York’s fashion calendar. In fact, the CFDA (Council of Fashion Designers of America) ought to give her an award for consistency at the highest level.

Her moody colours, her perpetual playfulness with items that she loves and her light-hearted obsession with the hippie years of the 1970s are the soul of her brand – and the Autumn/Winter 2018 collection felt like a pure draft of her groovy style.

Firstly, there was the purple rain that has doused every show since the beginning, this season including every shade from amethyst through plum.

Anna Sui in action

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 12, 2018 at 5:21pm PST

Then there was the presentation – so simple, yet so rare: twin runways with a fashion electric shock for the opening, as Bella and Gigi Hadid walked out in the rich colours. Both sisters were in red, but one in a wine-coloured coat with an inky flower pattern; the other in a shiny red patchwork of a dress. The next of-the-moment model was Kaia Gerber, daughter of 1980s supermodel Cindy Crawford, wearing the palest blue satin coat with yellow flowers which also rambled over the short dress. That was proof that the designer can meld other colours among her favourites.

Above all, Anna Sui shows the consistency and continuity, ever refreshed, that mark the designer and her brand as a jewel – amethyst or ruby – in New York’s fashion crown.

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Millie Bobby Brown, in occasione di San Valentino, ha svelato su Instagram il suo primo findanzato. Il nome è Jacob Sartorius, ha 15 anni, due in più della protagonista di Stranger Things, ed è un giovane cantante e social star di Musical-ly. Sartorius ha debuttato nel 2016 con il singolo Sweatshirt, che è entrato nella classifica delle Hot 100 negli Stati Uniti e in Canada.

La Bobby Brown, ha pubblicato sul suo profilo una tenerissima foto con il giovane cantante, commentando “Happy Valentine’s day J “, ottenendo oltre 4 milioni di like dai suoi follower, in meno di 24 ore.

Happy Valentine's day J ❤️

Millie Bobby Brown (@milliebobbybrown) on Feb 14, 2018 at 11:00am PST

Sulla pagina instagram di Jacob Sartorius al momento non ci sono foto insieme alla star di Stranger Things, ma la storia con Millie Bobby Brown deve essere abbastanza recente, considerando che a ottobre 2017 il cantante aveva scelto l’attrice Jenna Ortega per recitare il ruolo della sua fidanzatina nel video musicale del singolo Chapstick.

Tornate su questa pagina per scoprire tutti gli aggiornamenti sulla storia tra Millie Bobby Brown e Jacob Sartorius.

L'articolo Millie Bobby Brown presenta su Instagram il suo primo fidanzato Jacob Sartorius sembra essere il primo su Vogue.it.



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L’Afro-Black History Month che si celebra questo mese negli Stati Uniti è una splendida occasione per fare il punto sul razzismo (e il populismo, le due cose vanno insieme) in Italia e in Europa.

E non è un bel punto. Basterebbe una piccola peregrinazione nel mondo dei social per accorgersi che tutti gli ingredienti per una spaventosa impennata del razzismo in Italia vanno addossandosi con matematica precisione: intolleranza, populismo, insofferenza verso lo stato di diritto e la democrazia rappresentattiva, e questo solo per citarne alcuni.

Come una burrasca dai marosi sono sempre più violenti e irresistibili, il razzismo populista attraversa e sconquassa l’Europa e il mondo occidentale. Le poche parole sagge che qui e là si sollevano e provano a resistere, poco possono contro un sentire viscerale che prima ancora che contro l’altro, lo straniero, il migrante, si scaglia contro l’impresa stessa del pensare.

L’Europa intera segna il passo, drammaticamente stenta davanti al quel progetto, fatto di laicità e diritto, di libertà, coscienza critica e illuminismo, che è il suo il patrimonio culturale più prezioso. Forse non è mai stata, ma certo ancor meno lo è oggi, all’altezza di quell’ideale di cittadinanza, incarnato nella figura del citoyen, che è il cuore politico del suo progetto democratico. E il razzismo dilagante, l’acefala protesta contro la presenza dello straniero ai nostri confini, sono solo uno dei sintomi, forse il peggiore, di questa fatica e di questa crisi che riguarda tutti noi e che presto vedrà il mondo della cultura, delle università e delle biblioteche prendere il posto del migrante nel gioco della paranoia populista.

Ma andiamo per gradi. Partiamo dal sintomo di questa crisi. Partiamo dal razzismo e dalla minaccia che fa presagire il suo dilagare. Più precisamente partiamo dal problema dello “straniero”, di cui il migrante è l’esemplare rappresentante in questo momento.

Ciò che rende straniero lo straniero non è altro che la sua estraneità radicale. Il suo essere irriducibilmente altro da noi, il fatto che in lui qualcosa resiste alla nostra capacità di capirlo, comprenderlo e integrarlo nel nostro orizzonte simbolico. E la prova provata del nostro incontro con l’Altro non è altro che lo shock grazie al quale scopriamo che in nessun modo lo possiamo integrare e metabolizzare. La scoperta anche traumatica che lo straniero è portatore, per il semplice fatto di esistere, di un’alterità radicale che rimarrà per noi sempre indigeribile.

Paradossalmente ma neanche troppo, è proprio questo l’elemento decisivo che la cultura dell’integrazione sistematicamente rimuove. L’illusione dell’integrazione sta nella pretesa di incontrare l’Altro senza l’esperienza dello shock, senza lo scontro con la sua estraneità irriducibile. E proprio in questa scotomizzazione che il nocciolo del razzismo contemporaneo deve essere colto. È in questa contraddizione performativa che colpisce le stesse politiche dell’integrazione e di cui la cultura liberal si fa promotrice, che va individuata la sua genesi recente. La xenofobia postmoderna riposa e cresce nei gangli stessi dell’ideologia dell’integrazione.

Del resto, l’aporia che colpisce il pensiero dell’integrazione la ritroviamo tal quale nell’ideologia della tolleranza. Sebbene sia penoso ammetterlo, la verità oscena della tolleranza è che si tollera solo quello che possiamo rendere uguale a noi. Quello che di principio possiamo ridurre a nostro Alter Ego. Ridurre l’Altro al Noi è la logica profonda della tolleranza (e della empatia che un certo psicologismo d’accatto promuove per ogni dove), il suo canone di lavoro, la sua invisibile violenza. E se qualcosa resiste a questa omologazione di principio, ecco che la tolleranza – è esperienza di vita quotidiana di noi tutti – subito si trasforma in una intolleranza sovrana che non conosce confine e limite alcuno.

Naturalmente accettare l’Altro senza la sua alterità scomoda e indigeribile, ha un costo culturale e sociale insieme. L’ulteriore paradosso della tolleranza liberal, è dunque che lo straniero viene tollerato solo a distanza. La nostra capacità di integrazione e tolleranza è garantita dal fatto che ci si muove nell’ambito protetto dell’upper class culturale o della sublimazione culturale. In termini più brutali, quell’upper class liberal che giustamente difende la bandiera dell’integrazione e della tolleranza, e alla quale, a scanso di equivoci, appartiene anche il sottoscritto, è capace di sostenere l’incontro con lo straniero solo nelle chiacchiere accademiche, nell’idealismo coraggioso delle ONG, nella meraviglia dell’arte e nelle prelibatezze della cucina etnica, ma certamente non nei luoghi incandescenti del conflitto sociale, dell’antagonismo di classe.

Non andrebbe mai sottovalutata la violenza invisibile e sistemica con la quale la cultura liberal ha lasciato a quello che Marx avrebbe chiamato sottoproletariato, il costo dell’integrazione sociale e dell’incontro con lo straniero. Incontro che è fatto di classi di scuola primaria in cui la presenza degli stranieri è massiccia, di spazi cittadini in cui la depauperazione regna sovrana, di un mercato del lavoro della disperazione, che forse, nel comodo di un salotto, non riusciamo neppure lontanamente a immaginare.

Da questo punto di vista, anziché dedicarci all’indispensabile ma perfettamente inutile esercizio di stigmatizzazione delle scempiaggini populiste che inondano i quotidiani nazionali e, peggio ancora, i social contemporanei, sarebbe più utile cominciare a decostruire, pianamente, consapevolmente e fiduciosamente, quegli ideali della tolleranza e dell’integrazione che ci sono tanto cari, almeno per la parte che riguarda la loro collusione con il ritorno del razzismo (e del fascismo). Non fosse altro che per cominciare a prevenire l’esplosione, dal momento che il suo ritorno è già all’ordine del giorno.

Del resto, e neppure tanto paradossalmente, non possiamo affatto contare sul dialogo con il populismo, nella speranza naif di riportarlo alla ragione. E non solo perché anche l’ideale del dialogo nasconde dentro di sé i segni di quell’intolleranza che avvelena il progetto dell’integrazione e della tolleranza – in fondo un dialogo è sempre un incontro tra potenze e il suo scopo non è mai la mediazione ma il sopravvento. Ma non possiamo contare su un dialogo possibile con la xenofobia, perché ciò che la contraddistingue è il profondo rifiuto della forma dialogica necessario alla vita democratica.

Come la Storia dovrebbe insegnarci, il sottoproletariato sociale e, almeno in Italia, anche culturale (e qui dovremmo aprire una parentesi sulla “liquidità” tutta italiana di titoli di laurea privi di sostanza e non solo di un mercato del lavoro), una volta abbandonato a se stesso reagisce, davanti allo spauracchio dell’immigrazione, gettandosi felicemente nella xenofobia più ottusa. Ma prima ancora di questo, il sottoproletariato reagisce alla paura schierandosi contro la democrazia rappresentativa (se non contro la democrazia tout court). Reagisce diventando sorda alla ragione, intollerante di qualsiasi contesto pragmatico e persino legale. Reagisce rifiutando quella soggettività razionale, laica e illuminista nella quale la democrazia si incarna e conterò ogni possibile dialogo politico.

A nulla infatti vale, in questo momento del dibattito, in Italia come in Europa, pubblicare studi e dati che dimostrano l’inesistenza di un’invasione di migranti o il divario tra la percezione patologica della loro presenza e la realtà dei numeri, che è enorme. Poco serve ricordare che la popolazione immigrata in Italia è stazionaria da anni mentre la presenza dei migranti regolari è un vantaggio per l’INPS. Nemmeno è utile rimarcare che l’assegnazione delle case popolari alle famiglie degli stranieri regolarizzati, è subordinata ai requisiti di legge e che, per quanto possa sollevare polemiche, la legge viene prima della pancia del populismo. A niente vale sottolineare, contro chi sbraita di rimpatri coatti o dell’abbandono in mare dei migranti, che esistono un diritto internazionale e un diritto del mare a cui lo Stato italiano deve attenersi. Ancor meno è di qualche utilità sottolineare che le leggi che garantiscono dei diritti ai migranti e agli stranieri, sono le stesse leggi che garantiscono il privilegio di vivere in una democrazia e non sotto un regime totalitario.

Non valgono i motivi della ragione perché troppo forte è l’urgenza di trovare un persecutore, di accusare qualcuno di insinuarsi nel nostro spazio di vita e depauperarlo. Troppo forte è il bisogno di un capro espiatorio la cui eliminazione funge da risoluzione definitiva, e troppo forte il desiderio di un salvatore il cui arrivo sulla scena porterà benessere e sicurezza. E troppo debole è la realtà al paragone con la fantasia. Perché il razzista e il populista  non si nutrono di realtà (ad esempio con l’effettiva presenza dei migranti in Italia) ma di fantasie (la sua percezione patologica di essere invaso dai migranti). E soprattutto di fantasie persecutoria. Per questo motivo al razzista non basta neppure sbarazzarsi del suo persecutore cancellandolo dalla faccia della terra. Al contrario, più se ne sbarazza più la sua immagine diventa terrorizzante e insostenibile, come, ade esempio era il caso del nazismo, che più si impegnava nello sterminio degli ebrei, più l’Ebreo nel suo immaginario diventava minaccioso e pericoloso. Al punto che alla fine la fantasia prenderà il sopravvento su tutto e divorerà tutto il resto.

Per questo, nel rispondere al populismo razzista, non vale il richiamo alla ragione. E non solo perché il razzista si muove solo nell’ambito della sua fantasia patologica, ma perché la sua mira ultima è proprio la ragione come esercizio di un dubbio critico, di una costruzione delle ideologie, capace di mettere in luce le nostre più intime debolezze, la nostra anfibia contraddittorietà umana.

Per questo, nel rispondere al populismo razzista, non vale neppure il richiamo alla vita democratica e allo stato di diritto, Perché il razzismo ha come mira ultima proprio l’attacco e l’epurazione, la cancellazione della democrazia come quell’esercizio di potere nel quale l’escluso, il senza patria e nome può prendere parola e pretendere di parlare a nome di tutti.

Per tutti questi motivi non ha alcun senso criticare e stigmatizzare il razzismo, occorre invece decostruire l’intero lessico della cultura europea. Ma non per eliminarlo, bensì per approfondirlo e proteggerlo e, se possibile, inverarlo. Ben coscienti del fatto che se non dovessimo riuscire nell’impresa, il nostro razzolante razzismo ne farà il suo più acerrimo nemico e nuovi pogrom saranno all’orizzonte.

FOTO DI COPERTINA Protesters March Over Death Of Freddie Gray BALTIMORE, MD – APRIL 22: Demonstrators put their fists in the air as a sign of ‘black power’ during a protest against police brutality and the death of Freddie Gray outside the Baltimore Police Western District station in the Sandtown neighborhood April 22, 2015 in Baltimore, Maryland. Gray, 25, was arrested for possessing a switch blade knife April 12 outside the Gilmor Homes housing project on Baltimore’s west side. According to his attorney, Gray died a week later in the hospital from a severe spinal cord injury he received while in police custody. (Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)

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Ali Hewson is standing on the tiled floor of Tribeca’s Edun store, explaining how the ethical programme has moved forward since I spotted a vegan bag made from pineapple last season.

FAKE news is GOOD news!!!! At the EDUN store I found this VEGAN bark bag made in Uganda from the fibres of local trees.

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 15, 2018 at 1:15pm PST

“Now we have bags made from tree bark in an environment-friendly process to turn it into leather,” Ali said. “Having the store gives us great feedback; we need to have somewhere people can see the whole collection together and we can move forward slowly, and also online.”

Ali Hewson in her EDUN store in New York

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 15, 2018 at 1:09pm PST

This Out of Africa vision starts with a colourfully decorated, hand-customised motorcycle taxi from Kenya’s capital, Nairobi. Rich with jewels and joyful in its crazy additions, it draws crowds to the shop window.

This looks fun! The window in the EDUN TriBeCa store is filled with a customised Kenyan bike from Nairobi – but this time the hanging mans-made treasures are on sale.

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 15, 2018 at 1:03pm PST

When they come inside, there are plenty of tempting accessories, from a Kenyan ‘Bibi’ bag with a giraffe print to ceramic jewellery and vases made from Kenyan clay by Kazuri Beads, which employs 300 local women. There are faux-fur embroideries and up-cycled leather weaves from an Ethical Fashion Initiative in Burkina Faso, while a shaggy carpet weave is another innovative eco-fabric made in Kenya.

Now that it is owned by LVMH, Edun’s fashion collection is recognised for both its individuality and attention to detail, including hand-made embroideries in an alphabet pattern.

With a circle of ‘trees’ as background, the new collection looked both tribal and sophisticated, meaning that a graphic play on diagonal stripes and more regular checks were combined; or that a playful mix of miniature elephants, giraffes and other animals appeared on a sharply-tailored coat.

Loving the sharply tailored coat with African animal 🦒 patterns at the EDUN store in New York.

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 15, 2018 at 1:06pm PST

The online ‘e-shop’ has images of the handwork being made in different African territories, suggesting that clients are beginning to see something special and luxurious in ethically sourced and produced clothes and accessories made by hand.

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Gabriela Hearst

Fashion and food are not always a perfect fit. But when Gabriela Hearst presented her Autumn/Winter collection in the Café Altro Paradiso, where the chef is from her native Uruguay, she proved the relevance of the sense and sensibility that is making a mark on New York fashion.

The shapely tailoring and cashmere worn by models with velvet riding caps gave an immediate sense of women on the move – as well as a close-up of the fine woollen fabrics that come from, or are inspired by, her family’s South American ranch.

But lean, tailored outfits or geometrically striped knits were more than a smart and sleek way to fill a winter wardrobe. The designer’s mood board suggested a deeper and more powerful feeling about womanhood. In her research into Victorian coal miners and the early years of the American aviation industry, in which 65 per cent of workers were female, she discovered that by the Second World War nearly 45 per cent of America’s female population were earning a wage.

To all these women-at-work pictures on her wall, Gabriella added a poignant comment from Princess Diana: “People think at the end of the day that a man is the only answer to fulfilment; actually, a job is better for me.”

Gabriela Hearst on food and fashion… listen to her wise words!

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 13, 2018 at 1:50pm PST

It is easy to say that all female designers think of themselves when creating a collection and in some ways Gabriela fits that description. Her choice of what to make and sell is personal – not least when she was researching the Metropolitan Museum archives for a men’s suit with female proportions and found one that had belonged to own her mother-in-law, Austine Hearst.

But with just three years of business under her belt – not to mention her sought-after leather bags, available by private sale only – the designer has cultivated an image.

Her clothes cannot be described as ‘slow’ fashion although, she says, “I think they are timeless, in a way.” But she is proud of making clothes from scratch – from the double-faced cashmere from the Uruguay farm to the outfits sold to customers of Bergdorf Goodman, Matches and Net-a-Porter.

“I’m thinking that cashmere is the new fur,” says the designer whose offerings among the tables decorated with mimosa included a lean, striped sweater dress in Merino cashmere and a multi-stitch fringed cashmere scarf from her not-for-profit artisan co-operative in Uruguay.

In just three years, Gabriella has proved that her designs have deep roots and that she can grow a business from clothes with more than a transitory presence in today’s world.

Derek Lam: Equestrian energy

Derek Lam has two fine skills: cut and colour. Put together as streamlined clothes worn by models walking through the elegant uptown Pool Room at the former Four Seasons space in the Seagram Building, there was a perfect blend of New York city looks melded with East Hampton casual.

In truth, you could take any piece, from a cut-away cashmere cape worn with a quilted skirt to a shadow of a pony on a white top with skinny black pants, and make them all seem appropriate for work or weekend.

What singles out the Derek Lam look is colour – palette mixes that give a tang of lush spring grass to a suede skirt and fiery red-and-yellow plaid to a simple T-shirt shape. The colours seemed a neat fit with those colourful prize ribbons at horsey events.

In previous seasons, the designer had seemed at odds with American fashion’s recent obsession with celebrity culture. But abruptly-changing mores have given his decent and useful clothes a boost.

Was the horse theme forced? It might have been – if the Lam had not been smart enough to corral the references and pay as much attention to a sweater in geometric blocks of vivid colour as to a cashmere poncho. And evening clothes were mostly just fine examples of shape and drape, neatly positioned between dress-up vulgarity and ‘Me Too’ demureness. First prize to Lam for cantering so gracefully to meet modern women’s needs.

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Dopo due anni e mezzo di matrimonio Jennifer Aniston e Justin Theroux si dicono addio. A comunicare la separazione la stessa coppia che ha deciso di rilasciare un  comunicato stampa ufficiale sulla fine della loro relazione. La scelta è stata “condivisa e presa con  affetto alla fine dell’anno scorso” hanno detto all’Associated Press aggiungendo “Normalmente avremmo gestito questa cosa privatamente, ma dato che l’industria del gossip non riesce a resistere dall’inventare e fare speculazioni, abbiamo deciso di dire direttamente noi qual è la verità”.

“Qualunque altra cosa venga scritta su di noi e non provenga direttamente da noi, è pura invenzione di qualcun altro. Soprattutto siamo determinati a mantenere il più profondo rispetto e affetto che proviamo l’uno per l’altra”. La coppia, che si era conosciuta nel 2012 sul set di Wanderlust per poi sposarsi nell’agosto 2015 con una cerimonia privata a Bel Air dopo due anni di fidanzamento.

Che sia un addio davvero definitivo?

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Così a prima vista Black Panther, film uscito il 14 febbraio nelle sale italiane, potrebbe sembrarvi l’ennesimo fumettone targato Marvel, tutto azione e tutine (ma comunque tutine di un certo livello, vedi sotto alla voce costumi) . Invece il film che macina incassi record e critiche positive (sul sito Rotten Tomatoes ha un punteggio del 98 per cento) è stato definito addirittura un punto di svolta nella rappresentazione cinematografica degli afroamericani: per la prima volta un blockbuster da 130 milioni di dollari ha un cast quasi tutto afro e un regista di colore (Ryan Coogler di Creed) e, sempre per la prima volta, viene adottata una visione fieramente afro-centrica della storia che tocca temi anche di attualità, dalla diaspora africana alla battaglia per i diritti civili. Tratto dal fumetto di  Stan Lee e Jack Kirby nel 1966, che volevano creare un personaggio pop in cui i lettori di colore potessero identificarsi, Pantera Nera è il primo vero supereroe nero. Nelle strisce fu ripreso e abbandonato negli anni da più autori diversi,  fino all’ultima serie, quella uscita nel 2016 e firmata da Ta-Nehisi Coates, tra i più rilevanti intellettuali afroamericani contemporanei. “È la prima volta che in un film ci sono personaggi di colore che sono re, scienziati, inventori. Non è il solito film sui neri, in cui si parla sempre di povertà, sofferenza, emarginazione”, spiega Jamie Broadnax, fondatore del sito Black Girl Nerds. Trama: l’immaginario stato africano di Wakanda che grazie a tecnologie aliene è il più avanzato del mondo deve combattere per mantenere il suo segreto protetto dal re T’Challa, alter ego del super eroe Black Panther. Effetti speciali pazzeschi come ogni produzione Marvel che si rispetti e colonna sonora firmata dal rapper Kendrick Lamar. Un premio Oscar nel cast, Lupita Nyong, più Chadwick Boseman, Angela Bassett, Letitia Wrigh, Michael B. Jordan (tenerlo d’occhio), Danai Gurira (per i fan di The Walking Dead). Un manifesto non solo per come è rappresentata per la prima volta una minoranza al cinema, ma anche un bel esempio di girl power per merito di una galleria di personaggi femminili super tosti, che siano guerriere micidiali o scienziate geniali.

Ecco cinque cose che forse non sapete su questo film già da record.

Prima ancora di uscire nelle sale, è stato il film su cui si è più twittato nel mondo quest’anno, al secondo posto c’è Star Wars: The Last Jedi. Twitter ha anche creato un emoji per  #BlackPanther.

Potrebbe essere il primo film tratto da un fumetto Marvel a essere candidato a un premio Oscar importante (si parla del 2019 ovviamente), cioè in categorie principali non i soliti effetti speciali.

La direttrice della fotografia di Black Panther è Rachel Morrison:  prima donna nella storia in lizza per l’Oscar alla fotografia. È candidata per Mudbound, film drammatico diretto da Dee Rees e interpretato da Carey Mulligan e Mary J. Blige.

Altra donna da record è la costumista Ruth E. Carter (già candidata agli Oscar per Amistad e Malcolm X), storica collaboratrice di Spike Lee, che ha cercato ispirazione in ogni angolo dell’Africa, studiandone i colori, gli abiti e gli ornamenti tradizionali per realizzare i costumi del regno di Wakanda.

Da Black Panther è nata anche una linea di abbigliamento: i marchi CHROMAT, Cushnie et Ochs, Fear of God, Ikiré Jones, Laquan Smith, Sophie Theallet e Tome hanno collaborato con i Marvel Studios per confezionare capi d’alta moda, ispirati ai personaggi e ai temi del film. Questi abiti saranno messi all’asta su CharityBuzz.com a sostegno di Save the Children. Mentre le capsule collection ispirate a Black Panther realizzate da Brother Vellies, Douriean Fletcher e Josh Bennett si possono acquistare sui siti web dei rispettivi marchi.

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Da sempre legato al mondo del polo, il marchio argentino La Martina ha voglia di andare oltre senza per questo rinnegare il proprio dna e le proprie radici. Ancorato al proprio passato il brand compie un passo verso il futuro evolvendosi verso codici estetici più contemporanei. La collezione per la primavera-estate 2018 segue tre linee che accolgono la sfida di dar vita a un guardaroba progettato per assottigliare sempre di più la linea di confine tra activewear e casualwear.

La collezione principale divide il proprio percorso in tre paesi estremamente importanti per il polo: Argentina, Inghilterra e Stati Uniti. La linea Guards celebra il legame indissolubile tra la casa argentina e il Regno Unito in nome del polo, con un omaggio al Polo Club delle guardie della Royal Family. Il gusto militare conferito in passato da araldiche e dettagli dorati dal sapore solenne, viene in quest’occasione rivoluzionato dal principio con una serie  di capi completamente diversa: in linea con il resto della collezione, la nuova parola d’ordine è streetwear. Con Crossover, infine, La Martina lancia un insieme di capi iconici della storia del brand, re-interpretati e pensati in chiave tutta nuova con grafiche, motivi e stampe inedite per sconvolgere o semplicemente accendere un total look.



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