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BEAUTY NEWS

La Limonaia e il giardino di Palazzo Corsini sono stata la location perfetta per il party di Montblanc volto a celebrare la nuova collezione di valigeria #MY4810. In occasione di Pitti uomo 94, lo spazio ha ospitato skaters, graffiti artists e DJ, in un mix di stili e culture. L’attore Adrien Brody, le modelle Toni Garrn e Winnie Harlow, il DJ Tinie Tempah – che si è esibito con una performance musicale speciale durante la serata – gli influencers Valentina Ferragni, Luca Vezil, Carlo Sestini, Andrea Marcaccini, Giotto Calendoli, Elbio Bonsaglio, Matthew Zorpas, Kadu Dantas, Horacio Pancheri, il golfista Jason Day e i ballerini Gabriele Esposito e Eric Underwood si sono uniti a Nicolas Baretzki, CEO di Montblanc International, per un cocktail e party nella storica Limonaia per celebrare il debutto di #MY4810.

Completamente Made in Italy, la nuova collezione di valigie è proposta in cinque diverse misure e si caratterizza per le alte prestazioni, il design contemporaneo e la versatilità. Un tributo all’esplorazione e al desiderio di viaggiare, pensando ai moderni globetrotter.

Leggete anche:

Pitti Uomo 2018: presentazioni, sfilate ed eventi

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Urban travelers: chi sono? Quali caratteristiche li definiscono? Lo svelano i quattro protagonisti del progetto MINI FASHION FIELD NOTES. Liam Hodges, PH5, Rike Feurstein e Staffonly sono stati chiamati da MINI, in partnership con The Woolmark Company, a rivisitare il guardaroba dei viaggiatori urbani.

A Pitti Uomo, infatti, MINI ha svelato una collezione ispirata all’ambiente urbano e firmata da designer emergenti. I quattro brand protagonisti hanno creato ciascuno prodotti innovativi per una capsule collection, MINI FASHION FIELD NOTES, che incontra la domanda dei viaggiatori urbani di oggi attraverso la versatilità e il comfort della lana.

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È stato un colpo di fulmine vero e proprio per le infinite potenzialità della maglia quello di Diletta Cancellato. Dal Politecnico di Milano prima, e il diploma di Master alla Parsons School of Design di New York dopo, la designer ha approfondito e sperimentato le possibilità e la versatilità della maglieria.

Nel 2017, tornata in Italia e dopo un’esperienza in un brand milanese, fonda il suo marchio, con l’obiettivo di spingere la ricerca tecnica nella maglieria sia nello stile che nella produzione e allo stesso tempo di riflettere e raccontare l’intimità ordinaria e la poesia accidentale della società contemporanea.

Scelta come finalista per l’edizione 2018 di Who Is On Next? per la categoria abbigliamento, l’abbiamo incontrata:

Cosa significa per te essere finalista a “Who is on Next?”? 

Per me ha un’importanza speciale: al di là dell’opportunità che offre, mi rende particolarmente orgogliosa essere riconosciuta prima di tutto qui in Italia, dove ho deciso di insediare il marchio e dove seguo personalmente lo sviluppo dei capi e della produzione. Dopo essermi laureata e aver sfilato a New York, molti hanno continuato a considerarmi una designer americana, anche quando ormai da tempo ero tornata in Italia. Mentre per me è proprio nell’unione tra quello che mi sono portata dietro dall’esperienza oltreoceano, dove ho lasciato un pezzetto di cuore, insieme alle mie origini e alla capacità della manifattura italiana di connettere tecnologia, materiali, progetto e produzione con una sensibilità unica che si racchiude l’essenza del mio approccio al design (e alla vita). 

A cosa ti sei ispirata per disegnare la collezione che porterai a Roma? 

Da tempo porto avanti una ricerca insistente nei confronti del corpo, nelle sue forme e consistenza materica, sfumature e texture, sia in una dimensione più intima, ma anche rispetto al ruolo che ricopre all’interno della nostra società contemporanea. SOMEWHERE IN BETWEEN è analisi di quello che già c’é e invito ad una diversa comprensione della realtà, che non necessita di definizioni, che accoglie le sfumature, che non conosce diversità perché non esiste l’uguale. In particolare per questa collezione mi sono divertita a giocare con i colori della pelle, le diverse sfumature di nudo tra il bianco e il nero, ma anche il colore della pelle bruciata dal sole e il rossore delle guance in preda alla timidezza e le lentiggini, una mia passione! E poi le sensazioni, come i brividi o un abbraccio, la compressione e il senso di rilascio e libertà che ne derivano. Il corpo come tela per l’espressione della propria personalità, ribellione e accettazione, intimità e talvolta anche tenera nostalgia. E mentre tutti gli elementi prendono poi una loro forma più o meno implicita all’interno della collezione, le parole invece si ripetono forti e chiare come un mantra o il ritornello di una canzone che ti entra nella testa e non si toglie, come una preghiera: SOMEWHERE IN BETWEEN. 

Scoprite le precedenti collezioni di Diletta Cancellato nella gallery!

#alwaysupportalent

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Sofia Richie@splashnews.com

Prendere e indossare la camicia del fidanzato è un gesto tanto intimo quanto spontaneo all’interno di una coppia. Si sente ancora vivo il suo profumo, da avere la sensazione di averlo così vicino (o addosso?!). Per questo motivo, pensiamo che il migliore copricostume (bianco) dell’estate 2018 è proprio la camicia del fidanzato.

#betterbyDL @dl1961denim

Emily Ratajkowski (@emrata) on Mar 21, 2018 at 7:50am PDT

Niente di più semplice. Niente di più sexy.

L’immagine di lei che indossa la camicia di lui è un classico del cinema che pone l’attenzione sul rapporto di coppia: pensiamo a Jane Fonda in A Piedi Nudi nel Parco, Julia Roberts in Pretty Woman o a Dakota Johnson in 50 Sfumature di Grigio. Tra le righe si legge un sottile gioco della relazione stessa, che si attua in modo spontaneo tra le mura di casa. Perché, allora, non provare anche in spiaggia? Al posto del classico pareo o caftano, è arrivato il momento di scegliere un suo capo come copricostume. Perché non c’è niente di più sexy di una donna che indossa la camicia del suo uomo.

Pretty Woman

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Il punk continua a essere qualcosa di indefinibile. Ha sempre incarnato un senso di ribellione inafferrabile, era e rimane una cultura di strada. Do it yourself. Il punk era senza paura, perché la maggior parte di noi si sentiva senza speranza. Nessun futuro, niente lavoro, niente di niente». Oggi, a 62 anni, John Lydon ha un futuro ben programmato: «A giugno con la mia band, i PIL, partiremo per il tour inglese, prima tappa l’Electric Ballroom di Londra al Camden Rocks, alcune date sono già sold out. Poi in Giappone e in Italia, a luglio; sarà duro». Al telefono da Los Angeles, Lydon ricorda gli anni 70, quando era Johnny Rotten cantante dei Sex Pistols, senza automitizzazioni. «Pensa alla spilla da balia (uno dei simboli del punk, ndr), la usavo solo perché non potevo cucire i miei vestiti; o il tartan scozzese che ho sempre amato fin da quando i miei me lo fecero indossare per la prima volta». Le cose però sono cambiate quando i media hanno trasformato il punk in uno stereotipo e tabloid come il “Daily Mirror” hanno iniziato a pubblicare articoli in cui si spiegava come vestirsi per essere punk. «Tutti mi hanno copiato e tanti continuano ancora a farlo», dice, «ma non hanno nessuna chance: il punk cambia da individuo a individuo, non esiste uno stile particolare per definirlo». Sempre fuori dagli schemi, Lydon ha idee precise quando si parla di abbigliamento: «Ho sempre apprezzato Jean Paul Gaultier, ma l’unico che stimo davvero è Issey Miyake, un vero artista, un genio. Ho il guardaroba pieno dei suoi abiti». Da un tale dadaista, che dall’odiato Malcolm McLaren aveva imparato tutto sul situazionismo più oltraggioso, non ti aspetti che dica: «Gli amici sono l’unica cosa importante. Il mio migliore amico da quando avevo 11 anni è John “Rambo” Stevens, che è anche il mio manager, il mio compagno di viaggio. Nell’industria musicale e discografica avere persone come lui al fianco è fondamentale per un artista. Fiducia e lealtà sono la base. In questo mondo pieno di bugiardi, John mi dice sempre le cose come stanno, mi fido di lui. Sono un uomo libero proprio perché rispetto i miei amici e compagni e non mento mai». Conclusasi nel 1978 l’esperienza dei Sex Pistols, Johnny Rotten ha formato i PIL (Public Image Ltd) con il chitarrista Keith Levene, il batterista Jim Walker e il bassista Jah Wobble: lo spirito dissacrante e iconoclasta della prima band è rimasto intatto, solo è stata aggiunta una spiccata attitudine sperimentale. Uno dei dischi più rappresentativi della carriera dei PIL è “Album”, del 1986, il cui titolo cambiava a seconda del formato (anche “Compact Disc” e “Cassette”). Tra gli straordinari session men coinvolti provenienti da diversi ambiti, i batteristi Ginger Baker e Tony Williams, il compositore Ryuichi Sakamoto. «Eravamo tutti molto giovani, non avevamo esperienza di prove e incisioni. Quando portai i ragazzi a realizzare il disco a New York erano terrorizzati. Però la reazione fu stupefacente. Registrammo in due giorni, grazie anche ai turnisti, gente di cuore che partecipò con entusiasmo inaspettato. La cosa incredibile è che la casa discografica lo rifiutò, ma non sapevano chi ci aveva lavorato perché non avevo inserito i crediti. Dissero che non era un buon disco e quindi di fatto rifiutarono i migliori musicisti del mondo. È stata la dimostrazione di quello che dico ancora oggi: l’industria discografica segue logiche senza senso e da troppo tempo non facciamo niente per fermare questi meccanismi distorti. Sarebbe ora di dire basta». Che musica ascolta John Lydon? «Reggae, heavy metal, musica tradizionale greca o turca, canzoni popolari irlandesi. Sento musica tutto il giorno, ma non alla radio, perché è tutto manipolato, non mi piace il sistema». Cosa c’è nel futuro? «Tornare in studio con i PIL: vogliamo registrare tutto il materiale su cui stiamo lavorando.

Camera press/Adrian Boot/Urbanimage.tv/Contrasto.

Guido Andruetto, Vogue Italia, giugno 2018, n.814, pag.

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«Non chiamatemi designer». J.W. Anderson pensa che oggi un direttore creativo non debba parlare solo con il prodotto ma anche con mostre, fanzine, talk. Ecco perché, tra arazzi fatti a mano e uomini-zucca…

Cosa ci fa un granaio galiziano di pietra risalente al diciottesimo secolo, ricostruito con esattezza filologica, nel cubo bianco e asettico di una boutique nel Design District di Miami, a sua volta convertita in contenitore per incontri casuali tra artisti che esplorano diverse discipline? Cosa significano i performer della pièce di Anthea Hamilton “The Squash”, vestiti come zucche lisergiche che si muovono nel vuoto pneumati co bianco quadrettato di nero delle Duveen Galleries alla Tate Britain? Che attenzione crea intorno al fashion sperticato un concorso dedicato all’artigianato contemporaneo?

Azioni in apparenza inconciliabili, accomunate dall’astrazione che glorifica manualità e invenzione. Azioni cui sottende la visione senza compromessi di un curatore, Jonathan Anderson, al servizio di Loewe, la maison spagnola della pelle, fondata a Madrid nel 1846. Direttore creativo da settembre 2013, Anderson è un visionario con un piano. In un lasso di tempo relativamente breve, utilizzando la Loewe Foundation – fondata già nel 1988 – come piattaforma di ricerca, ha trasformato Loewe in un laboratorio in cui il materiale e l’immaginario si nutrono reciprocamente nella costruzione, ambiziosa, di un “cultural brand”. «Non mi sono mai identificato come designer. Io curo», dichiara, diretto. Per paradossale che suoni, è insieme pragmatico e concettuale. «Tutto nasce da una considerazione alquanto ovvia: i brand vanno contestualizzati nella complessità dello scenario globale. Un marchio, almeno nella mia visione, è definito dai prodotti che ne costituiscono il vocabolario, cui vanno però affiancati elementi culturali autonomi capaci di amplificarne l’eco. Tutte le attività che non portano in maniera diretta alla vendita contribuiscono a strutturare l’identità, perché l’appeal è tanto il logo, quanto i valori che esso rappresenta. Vedo Loewe come una piattaforma attraverso la quale promuovere numerose attività». La figura del designer-curatore, che Anderson definisce nella propria pratica quotidiana, rappresenta la naturale evoluzione del direttore creativo. È più radicale. «Penso che il problema sia solo di vocabolario: una volta la realtà della moda era piccola, e lo stilista realizzava da solo le proprie creazioni, o al massimo demandava il compito a un atelier. Oggi dirigiamo maestranze, in vari ambiti. Il mio lavoro principale è la ricerca delle risorse umane, cui sottende la fiducia. Non si può fare tutto questo da soli». Se la direzione creativa è un progetto di immagine totale trasmesso attraverso canali multipli – sfilate, iniziative ad hoc, endorsement, campagne stampa – al fine di creare un effetto surround intorno al consumatore e ai suoi desideri, il design come curatela beneficia della gratuità estemporanea del gesto artistico, slegato da immediati fini commerciali e per questo capace di decuplicare lo status del brand. La moda, in questo caso, non collabora con l’arte, ma contamina con essa la propria identità, in una mutazione genetica permanente. In quest’ottica, la boutique si eleva, diventando galleria o museo, conferendo ai prodotti, per proprietà transitiva, la valenza di multipli artistici. «Per me è molto importante la maniera in cui ci si relaziona con il pubblico. Il prodotto resta al centro dei miei interessi, ma il negozio deve diventare un luogo aperto, che genera offerta attraverso mostre, fanzine, talk». L’operazione di rebranding riscrive alla radice l’elitarismo associato al lusso, mantenendo eclettismo e matericità come fattori leganti. «I quattro pilastri che sorreggono la mia visione per Loewe sono i fashion show, i progetti per il Salone del Mobile di Milano e Miami Basel, il Craft Priz. Sono azioni che si intersecano e sovrappongono, e che richiedono una gestazione molto lunga. Mi piace questo elemento di lentezza. Mi ossessiona lavorare con oggetti tangibili e manipolabili. Non sono avverso al pensiero digitale, ma mi spaventa la maniera in cui questo è scollato dalla realtà delle cose. Il mio disegno per Loewe non è basato sull’hype. Ho voluto creare una base solida su cui costruire, esplorando in modo nuovo la cultura della manualità».

Il tratto che distingue Jonathan Anderson dai suoi coetanei – i trentenni che rappresentano l’attuale Zeitgeist – è la lucidità quasi ingegneristica dell’approccio, accompagnata dalla sofisticazione assurdista dell’estetica. Il metodo è il collage: si accostano elementi disparati, lasciando che la frizione sprigioni un’armonia piena di sbrecciature. Non è un caso che le mostre organizzate in occasione di Miami Basel si intitolino “Chance Encounters”. «La casualità è una risorsa», chiarisce Anderson, confessando il debito verso la poetica dell’antigrazioso di Manuela Pavesi, con la quale ha lavorato giovanissimo nel visual merchandising di Prada. «Ho imparato molto da quell’esperienza. Manuela Pavesi mi ha insegnato a costruire un linguaggio insieme rigoroso e istintivo». Di suo, Anderson aggiunge la propensione spiccata per il craft: il fatto a mano, che in altre sfere del sistema diventa scappatoia nostalgica o celebrazione di tradizione inamovibile, per lui attiva il progresso che scardina.

L’apertura verso le più varie forme espressive è la qualità essenziale del curatore, insieme a gusto e punto di vista. «Mi guida la curiosità, nutrita da una ricerca senza sosta, che a sua volta mi porta a evolvere continuamente il gusto. Nel profondo, però, rimango un classicista. Apprezzo l’equilibrio che nasce da un certo modo di fare le cose». Una strategia troppo astratta e ambiziosa, si potrebbe facilmente obiettare. Non per Anderson: «La gente vuole cultura, ne sono convinto. Il mio contributo culturale non è fine a se stesso. Veicola i prodotti, e questo crea impiego». Il cerchio si chiude. Il designer come curatore si rivela un facilitatore di profitti.L’angolazione umanistica sottrae il commercio all’economia e ne fa gesto culturale e artistico, con quell’inevitabile tratto di cinismo da cui oggi non si scappa.

Foto © Tate/Seraphina Neville, 2018.

Vogue Italia, giugno 2018, n.814, pag. 190

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Quando ho rovesciato la testa all’indietro, Chiara teneva uno dei panetti azzurri del frigo da campeggio premuto sulla fronte. «È caldo», ha detto delusa, «chi ha lasciato il coperchio aperto?». In piedi fra gli steli che sbucavano dalla sabbia, sottosopra perché la guardavo con la testa al contrario, mi ha sorriso. Il panetto di plastica azzurra doveva rinfrescarla comunque un po’, perché l’ha fatto scivolare sulle guance e poi sulla clavicola. «Puoi chiudere l’ombrellone», ha detto sorridendo ancora in quel modo strano, come se mi stesse facendo una domanda che io sapevo, «sono le cinque». Iniziava a farmi male il collo, l’ho raddrizzato e ho visto il mare. Quell’estate a Pescoluse potevi camminare per decine di metri con l’acqua sotto le ginocchia. Quell’estate Chiara era eversiva e fragile, prendeva il sole senza il pezzo di sopra, fingendo – entrambi fingendo – che non potesse farmi alcun effetto, che tra noi fosse tutto più superato di così. E io? Com’ero io quell’estate? Cercavo qualcosa di meno di lei, qualcosa di più facile. «Ancora no», ho detto, poi sono rotolato sulla pancia, verso Elisa. Le ho premuto l’indice sull’ombelico e lei si è piegata di scatto. Ho guardato di nuovo Chiara, di sfuggita e con più insolenza di quanto avrei voluto, ma solo perché lei era in piedi e io sdraiato. «C’è ancora una birra?», ho chiesto. Elisa si è messa sui gomiti, con la destra ha rovistato nel frigo, prima di darmi la bottiglia ha preso un sorso. Scherzavamo già sull’avere un bambino, su come sarebbe stato facile dopotutto. Scherzavamo sulle cose finché si realizzavano, per saltare l’attimo in cui avremmo dovuto deciderle. Abbiamo sempre fatto così, Elisa e io. Con il fondo della bottiglia avevo disegnato una faccia nella sabbia, una faccia senza bocca. Chiara mi guardava ancora, lo percepivo dal calore appena più intenso sulla schiena, come se si fosse aperto uno squarcio nella tela dell’ombrellone. Ma quando ho sollevato la testa non c’era più. L’ho cercata dalla parte delle dune, poi in mare. Era vicina gli altri, ma non con loro, un po’ più avanti, sul confine in cui il fondale precipitava e l’acqua diventava finalmente scura. «Andiamo anche noi?», ha detto Elisa. «Okay», ma non mi sono mosso. Ho piegato le ginocchia contro il petto invece, per stare tutto dentro l’ovale d’ombra. Chiara si è lasciata andare nell’acqua un attimo dopo.

Photo Willi Vanderperre

 

Paolo Giordano, Vogue Italia, giugno 2018, n.814, pag. 24

*Torinese, 35 anni, ha appena pubblicato il nuovo romanzo Divorare il cielo (Einaudi): storia d’amore, di desiderio e d’amicizia che coinvolge quattro ragazzi e dura vent’anni. Con il libro d’esordio, La solitudine dei numeri primi (Mondadori), nel 2008 ha vinto il premio Strega.

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Il Masters Show 2018 della scuola ArtEZ Fashion Design si è svolto ad Arnhem, nel bellissimo palazzo Musis. Venti nuovi talenti emergenti hanno dato prova delle loro notevoli qualità, presentando collezioni molto interessanti che sono state una vera boccata d’aria fresca dal punto di vista visivo, artistico e tecnico. Le stesse caratteristiche che ci fanno amare da così tanto tempo l’ArtEZ e il suo team – guidato in modo impeccabile da Matthijs Boelee – di cui fanno parte designers olandesi di grande talento come Elsien Gringhuis, Ratna Ho e Rens de Waal (co-fondatore della brand Schueller de Waal). Un flusso inarrestabile di talenti emerge ogni anno da questa scuola e osa affrontare argomenti sociali scottanti, gender diversity e spesso anche le proprie paure e blocchi emotivi, esprimendoli attraverso un approccio innovativo e artisticamente coraggioso. Diamo uno sguardo ad alcuni diplomandi di quest’anno.

Emma Wessel ha aperto la sfilata con una collezione a sorpresa fatta da ciò che possiamo definire “pannelli di accessori”, portati dai modelli in modo da far diventare i pannelli le vere attrazioni sulla passerella. Costituiti da un mix di parrucche, occhiali e indumenti, i pannelli erano divertenti e intriganti. Davvero un’ottima idea. Iris Bambacht ha presentato una collezione uomo molto bella ispirata dal profondo contrasto tra ciò che definisce le due realtà in cui lei vive al momento: la piccola città da cui proviene e il mondo della moda. Il cambiamento era spresso tecnicamente attraverso un di mix e matching molto efficace, che ha sbaragliato in passerella. Amarens Joustra è sicuramente un talento da tenere d’occhio. Ci ha impressionato con la sua collezione da uomo colorata, ricca di designs particolari e strati che ha funzionato alla grande. Una vera esplosione di gioia e talento. La collezione donna di Douwe de Boer era un mix di sagome tradizionali e scintillanti abiti moderni. Il contrasto tra tradizione e innovazione lo ha portato a creare una collezione equilibrata ma molto affascinante, che rasenta il confine tra passato e futuro, fluidamente mescolati l’uno nell’altro. Dennis Schreuder ci ha colpiti con una collezione decisamente anticonvenzionale, utilizzando un approccio semi-teatrale per esprimere la sua completa libertà artistica e ideologica. Le sue creazioni somo cariche di forti riferimenti alla sua giovinezza e alla gratitudine che prova nei confronti dei suoi genitori, per avergli dato la possibilità di esprimersi liberamente. Mehdi Mashayekhi ha presentato una collezione uomo molto particolare. Vestiti eleganti e moderni dalle linee morbide si sono susseguiti in passerella con la leggerezza della brezza estiva. Davvero molto promettente. Nina Pen ha catturato la nostra attenzione con una collezione uomo che rifletteva fortemente le sue esperienze di vita e la sua evoluzione, pensieri e sensazioni. Ogni elemento, modello e accessorio che ha utilizzato ha un significato specifico, rendendo l’ensemble molto intrigante. Ci è piaciuto molto il mix di momenti felici e introspettivi. Maria van Steenoven ha realizzato una collezione donna ispirata da materiali come il legno e la ceramica, diventati parte integrante degli abiti sotto forma di gioielli incastonati. Una collezione che farebbe sentire speciale ogni donna, dalla più audace alla più classica.

Complimenti a tutti i Masters di quest’anno, con l’augurio che non perdano mai il coraggio artistico che li ha portati fino a questo punto – e ha già fatto la differenza.

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L’Uomo 001 pagine 162-177

Photos by Julia Hetta @juliahetta @Art + Commerce Styling by Hannes Hetta

Editor in chief – Emanuele Farneti @efarneti Creative director – Thomas Persson @thomasperssonstudio Deputy editor in chief – Alan Prada @mralanprada Fashion director – Andrea Tenerani @andreatenerani Director – Julia Hetta @juliahetta Talents – Malick Bodian @malickbodi @ Success Model Alex Foxton @alexfoxton Daniel Stokes @danystokes Francesco Mura @francescomu Stylist – Hannes Hetta @hanneshetta @ Art + Commerce Hair – Rudi Lewis @rudilewis @ LGA Management Casting director – Piergiorgio Del Moro @pg_dmcasting @ DM Fashion Studio Set designer – Sophie Glasser @sophiemglasser @ Talent & Partner Digital tech – Niklas Bergstrang Production – Michaël Lacomblez @michael_louis2 @ Louis2 Paris

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L’Uomo 001 pagine 162-177

Photos by Julia Hetta Styling by Hannes Hetta

Models: Rogier Bosschaart and Malick Bodian @ Success Models, Dylan Roquez @ 16Men, Benno Bulang and Dominick Hahn @ Tommorow Is Another Day. Talents: Francesco Mura, Daniel Stokes, Alex Foxton.

Hair: Rudi Lewis @ LGA Management. Set design: Sophie Glasser @ Talent & Partner.

Stylist assistants: Emmanuelle de Luze, Jonathan Reindl.

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Testo di Emma Strenner

I giorni in cui si adorava, letteralmente, il sole sono un ricordo lontano: anzi, se oggi vediamo qualcuno cuocersi al sole di mezzogiorno, di solito alziamo un sopracciglio in segno di disapprovazione. Avranno ragione loro? Nel 2018, ormai lo sappiamo tutti, esporsi ai raggi solari può provocare l’insorgere di rughe, macchie e, cosa assai più grave, di melanoma.

Oggi siamo sicuramente molto più informati sugli effetti dei raggi solari, ma se vogliamo approfondire la questione, c’è ancora molta confusione: quanta crema? Quanto spesso rimettersela? Quanto deve essere alta la protezione? Ed è quest’ultima domanda la più importante: un recente studio condotto dalla American Academy of Dermatology ha dimostrato i possibili benefici di un fattore di protezione 100 (ancora poco disponibile) rispetto al fattore 50, già molto protettivo.

Poi c’è la questione “laboratorio vs vita reale”. «Quando il SPF viene calcolato all’interno di un laboratorio, la crema solare viene messa sulla pelle in una concentrazione di 2mg per cm2. Ma noi tendiamo ad applicarne 0,5mg per cm2», spiega la dottoressa Justine Hextall, consulente dermatologa e membro del Royal College of Physicians. Quindi, se applichiamo solo il 25% della quantità necessaria per una protezione effettiva, la solita crema SPF15 non servirà a molto. Infine, quando si è pronti a spendere per acquistare i solari d’obbligo, come facciamo a sapere quale brand sarà più adatto al nostro tipo di pelle? Per facilitarvi la vita, Vogue ha stilato una guida di riferimento per stare sotto il sole in tutta sicurezza quest’estate.

GLOSSARIO UV: raggi ultravioletti, una versione più potente della luce visibile. Si suddividono in raggi A e raggi B. UVA: Immaginate che la A stia per Ageing, invecchiamento. Sono i raggi che penetrano più in profondità nella pelle alterando la struttura cellulare e possono provocare la comparsa delle rughe, disturbi pigmentari  e melanoma. UVB: Immaginate che la B stia per Bruciatura. I raggi UVB colpiscono gli strati superficiali della pelle, e possono causare scottature e tumori. Ad ampio spettro:  sono i prodotti che proteggono sia dagli UVA che dagli UVB. SPF: Sun Protection Factor, il fattore di protezione solare che misura per quanto tempo sarete protetti sotto il sole. Ad esempio, con un SPF 15 potrete restare al sole 15 volte di più di quanto sareste potuti rimanere senza protezione prima di scottarvi.

QUANTO: «Ci vogliono 2 mg di prodotto per ogni cm quadrato [di pelle], per viso e collo è la quantità che copre il palmo della mano», spiega la dottoressa Barbara Sturm, che ha creato la sua linea Molecular Cosmetics ed è nota per aver ideato il Vampire Facial. «È importante dare alla pelle il tempo di assorbire la crema solare, il che significa che bisognerebbe attendere 15 minuti prima di esporsi al sole dopo l’applicazione».

QUANTO SPESSO: La protezione solare andrebbe usata sempre se si resta per più 5 minuti sotto la luce diretta del sole e dovrebbe essere riapplicata ogni due ore. Se avete fatto un tuffo in acqua, anche se il prodotto è resistente all’acqua è meglio applicarlo di nuovo una volta che ci si è asciugati.

ESPOSIZIONE: La dottoressa Hexall spiega anche che fra le 11 del mattino e le 3 del pomeriggio bisognerebbe restare all’ombra e anche in questo caso bisogna continuare ad applicare la crema solare regolarmente, in modo particolare se vi trovate vicini al mare o a bordo piscina, superfici che riflettono i raggi solari indesiderati.

E se vi piacciono gli strumenti high-tech, UV Sense di La Roche-Posay sarà in cima alla vostra wish-list quando verrà lanciato, il prossimo anno. Si tratta di un micro sensore che si posiziona su un’unghia (sembra un elemento décor) e che monitora l’esposizione ai raggi UV per un periodo fino a tre mesi. Si connette a una app che avverte quando si entra nella “zona di pericolo”, e consiglia i prodotti giusti.

I TIPI DI PELLE E LE REGOLE Tutti i tipi e le tonalità di pelle necessitano una protezione ad ampio spettro, un fattore SPF alto e una ri-applicazione regolare. Occorre trovare i prodotti giusti a seconda delle diverse tipologie di pelle. Ecco qui le regole.

…PER LA PELLE SENSIBILE: Trovare i prodotti solari giusti può essere difficile se si ha la pelle sensibile. Leggete le etichette e verificate se il prodotto contiene profumazioni aggiunte, in questo caso non acquistatelo.  Optate per un brand che è noto per avere buoni prodotti per la pelle sensibile. Ci piace molto Anthelios Ultra Comfort XL 50+ di La Roche-Posay. Se la zona più sensibile è quella del contorno occhi, provate uno stick a base di ossido di zinco, che crea una barriera fisica più spessa.

...PER LA PELLE GRASSA: Le creme solari possono ostruire i pori e causare l’insorgere di brufoletti, quindi se avete la pelle grassa state lontani dalle formule di sintesi chimica (tutti quelli che sull’etichetta finiscono in -one, -ato ed -ene). Provate invece un filtro solare minerale, i cui ingredienti fungono da specchio per i raggi solari (ossido di zinco o ossido di titanio), ma anche formule che tengono sotto controllo il sebo, come Heliocare 360 Gel Oil-Free SPF 50.

…PER UNA PELLE SOGGETTA A PIGMENTAZIONE: Sostituite la vostra crema colorata con una crema solare colorata, ad alta protezione (SPF 50). Si può usare contemporaneamente a un prodotto a base di vitamina C (con una concentrazione inferiore al 5%), che riduce la produzione di melanina.

…PER UNA PELLE CHIARA E SENSIBILE: Il sole non è il migliore amico della pelle chiara e sensibile, e se è questo il vostro tipo di pelle, sapete bene che stare sotto al sole spesso provoca arrossamenti. Ma ci sono dei prodotti che vi possono aiutare. «Preferite prodotti che contengano alfa glicosil-rutina (AGR), un flavonoide e potente antiossidante che, è dimostrato, riduce l’infiammazione», consiglia la dottoressa Hexall. Provate Eucerin Allergy Protection Sun-Creme Gel SPF 50, e assumete un integratore a base di licopene per aumentare gli antiossidanti.

ABBRONZATURA: COSA FARE 1. Portate sempre con voi dell’aloe vera per alleviare le scottature. 2. Utilizzate prodotti che contengano acido ialuronico, estratto di soia e pantenolo per aumentare l’idratazione e lenire le infiammazioni. 3. Indossate sempre indumenti in cotone che lascino respirare la pelle. 4. Attendere almeno tre settimane dopo un qualunque trattamento (come laser o peeling) prima di esporsi al sole.

ABBRONZATURA: COSA NON FARE 1. Non usare retinoidi o prodotti esfolianti come acido glicolico o salicilico che possono rendere la pelle ipersensibile al sole. Se si usano prodotti a base di vitamina C,  la concentrazione deve essere inferiore al 5%. 2. Non mettere profumi o olii sotto il sole, possono provocare reazioni infiammatorie a contatto con i raggi UV 3. Non utilizzare prodotti a base di petrolati: “intrappolano” il calore e aggravano le scottature.

In gallery troverete 64 creme solari novità 2018

Foto in apertura Camilla Akrans, Beauty in Vogue, maggio 2014

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Dominic Harrison, inglese, classe 1998. In arte Yungblud. Un nome che, se ancora non vi suona familiare, probabilmente imparerete a conoscere molto in fretta. L’enfant prodige del millennial rock ha pubblicato il suo primo EP, Yungblud, all’inzio del 2018 riscuotendo un discreto successo per un sound British vigoroso accostato a una serie di testi dal forte messaggio politico-sociale. Da allora, non si è più fermato. Il secondo album, 21st Century Liablity, è arrivato a maggio, insieme a video provocatori e dall’estetica decisa come Psychotic Kids e California, e con la conferma che era sulla strada giusta. Alla musica, Dominic ha dato tutto: a 16 anni ha lasciato la scuola per dedicarsi esclusivamente alla carriera e, una volta testato il grande potere di quest’arte, ha realizzato di avere una possibilità concreta di parlare a una generazione confusa e sovrastimolata. E così, proprio grazie alle sue canzoni, ha raccolto la sfida: comunicare, affrontando con note e parole tematiche importanti, come l’ingiustizia sociale o il female empowerment. Dopotutto, la musica, secondo Dominic, è espressione pura, un mezzo per travolgere gli animi e suscitare riflessioni ed emozioni, ma anche un rifugio dove trovare conforto e aiuto. La musica, per lui, è tutto. E per voi?

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Una moda spumeggiante ha colorato le collezioni moda dell’estate 2018: rose dalle corone giganti, frutti esotici, coralli e stelle marine per decorare divertenti “gioielli tropicali“.

È stato Prada il primo a lanciarli: orecchini a forma di banana, gialli o rosa, oscillano appesi ai lobi come sgargianti frutti esotici che spuntano tra piante tropicali; aragoste blu si arrampicano sulle orecchie come su una roccia in riva al mare. Accessori così bizzarri sono abbinati a gonne e maglie dalle fantasie a pelle di leopardo o tigrate che ci portano lontano.

Versace cattura la nostra fantasia trasportandoci in luoghi incontaminati: collane e anelli vistosi, a forma di stella marina o di conchiglia (qui i gioielli dell’estate 2018 con le conchiglie), accostati a cinture punteggiate da soggetti acquatici, che ornano costumi da bagno del colore del mare.

Michael Kors  ci avvolge con le sue morbide collane di corolle bianche, mentre Missoni usa i fiori come spille e coccarde. Rose turchesi, gialle, blu e viola tengono chiusi i twin set, e fiori dai petali del colore degli abiti si confondono ton sur ton con quest’ultimi.

Per la sua sfilata Marc Jacobs abbina turbanti colorati a gioielli animalier: le collane con coccinelle, farfalle e lucertole richiamano le api, i serpenti e le ranocchie che troneggiano sui turbanti tra fiori e foglie. Un’idea bizzarra e giocosa, ulteriormente arricchita dai mega orecchini floreali o dai lunghi pendenti, che per il loro look fanno un effetto simile a quello delle nappine (aereo e fortemente decorativo), l’ultima tendenza per questa primavera estate. I gioielli tropicali di Marc Jacobs vanno a braccetto con top di perle e perline colorate su abiti ornati da ampie corolle.

C’è poi chi, come Fausto Puglisi, rilancia la moda del corallo, gemma unica per il suo colore caldo e a un tempo naturale. Lo stilista lo accosta alle perle, a creare coroncine, orecchini e cinture dal sapore tutto estivo.

Per chi anela a un tocco esotico nel proprio guardaroba, c’è solo l’imbarazzo della scelta, non resta che farne un proprio stile e adottarne più d’uno… per fuggire ogni tanto.

di Gloria Guerinoni

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Chi va per mare lo sa: un abbigliamento tecnico è la prima regola per affrontare al meglio la propria avventura in barca, sia che si tratti di una regata sportiva, sia che si tratta di una semplice uscita di piacere. E sempre più quando si parla di abbigliamento si comprende anche una serie di accessori imprescindibili dalle alte prestazioni. Per chi naviga: l’occhiale. Design e aspetto a parte, quello che conta realmente armando una barca, navigando o esplorando una città di mare è che gli occhiali che si indossano rispondano a un requisito fondamentale: la protezione dei nostri occhi. Da qui l’idea da parte di uno storico marchio legato al mare, Slam di lanciare per la primavera/estate 2018 la prima collezione di occhiali da sole interamente Made in Italy: modelli realizzati in materiali differenti e tutti dotati di lenti polarizzate, in grado di assorbire il riflesso e rendere la visione più nitida, proteggere al 100% dai dannosi raggi UVA e UVB e ridurre l’affaticamento anche in condizioni di alta luminosità.

Tra i modelli in collezione il Sunglasses Techno con montatura in Grilamid, materiale ad alte prestazioni resistente agli urti e agli agenti atmosferici. Ipoallergenici ed estremamente leggeri, grazie alle lenti polarizzate.

Sunglasses Techno

E il modello hi-tech Grey 10 KNT dalle performance sportive date dalla scelta dei componenti: lenti polarizzate e montatura in Grilamid grigia e rossa con stanghette lunghe e avvolgenti, con una struttura leggerissima, solo 7 grammi, è resistente agli urti, agli agenti atmosferici e chimici.

Sunglasses Grey 10 KNT Ogni modello di occhiale, prevede il classico cordino in neoprene, per tenere gli occhiali sempre addosso anche durante le avventure più dinamiche.



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